E’ indubbiamente la qualità la caratteristica principale che accomuna le oltre settanta opere del Novecento italiano esposte a palazzo Crepadona di Belluno sino al 2 ottobre.
La mostra “Arte del ’900 nelle collezioni delle fondazioni “CaRiVerona” e “Domus”” propone una carrellata di grandissima forza espositiva e d’assoluto valore culturale: uno spaccato di alcuni momenti salienti dell’evoluzione del pensiero estetico del ventesimo secolo che raggiunge, grazie a personalità straordinarie come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Felice Casorati, Giorgio Morandi e Giacomo Manzù, una dimensione internazionale.
Il curatore Sergio Marinelli ha voluto anche rendere omaggio a Belluno con due sale dedicate a tematiche legate alle Alpi e all’ambiente
montano: la neve, con un poetico e giovanile Beppe Ciardi autore dell’olio su tela “Col d’Olen”, e i fiori, soggetto insolito di Afro Basaldella. E suggestivo è anche il richiamo alla tradizione passata dell’arte locale nel segno dell’olio su tela di Sebastiano Ricci, “Il satiro e il contadino”.
Gli spunti di riflessione lungo il percorso novecentesco sono molteplici, anche perchè i lavori proposti rappresentano in molti casi il meglio della produzione dei vari artisti. Si parte con l’originalità di un Balla prefuturista (“Alberi e siepe a villa Borghese” è stato rinvenuto solo in tempi recenti e risulta databile intorno al 1905) e con tre Boccioni anch’essi prefuturisti.
Pure futurista è la piccola, ma importante, opera di Ardengo Soffici “Nature morte” della seconda metà del 1912, che in quest’iniziativa ha accanto, tra l’altro, il Casorati di “Uova sulla scacchiera”.
Opera esposta nel ’52 alla 26ª “Biennale di Venezia”. Un nucleo di pittura veneta del ’900 è rappresentato dal suggestivo realismo magico di Carlo Sbisà con “Ritratto in rosa e in nero”, un altro recentissimo acquisto e una novità per gli appassionati, e con l’olio su tavola “Donna allo specchio” di Cagnaccio di San Pietro (’27) che seguì la strada del ritorno all’ordine perseguito dopo l’episodio futurista.
Ma attenzione anche a una serie di tele di Gino Rossi e al “Mattino”, uno dei quadri più belli di Fioravante Seibezzi.
Morandi è presente con il raffinato “Paesaggio grigio con strada” realizzato durante la seconda guerra mondiale, probabilmente nel 1942 quando viveva ritirato tra Bologna e l’Appennino. Di Massimo Campigli ecco “Donne al tavolino” del secondo dopoguerra, mentre Giuseppe Santomaso è ricordato con “Racconto”.
Poi, ecco i lavori che arrivano al limite, appunto, dell’informale: Emilio Vedova, Afro, Renato Birolli e Piero Dorazio. “Varsavia 2”, protagonista alla “Biennale di Venezia” del 1960, è certamente uno dei quadri più belli di Emilio Vedova, mentre “Scheggia”, probabilmente del ’56, esprime il momento della piena maturità espressiva di Afro, che arriva alla “liberazione del colore“. E Lucio Fontana è testimoniato con un’opera appartenente alla serie delle “Carte” (tra il 1957 e il ’60), tappa fondamentale del superamento dell’esperienza informale che conduce ai “Tagli”.
Senza dimenticare Mario Schifano con un impressionante “Paesaggio anemico” tra echi futuristi e dada, e Sandro Chia, e un tuffo nella scultura, con Arman e Mario Ceroli, ma soprattutto con un sorprendente lavoro di Manzù in prima assoluta: “Tebe distesa nell’ovale”, sorta di trasposizione del tema di “Leda e il cigno“.
Dal mito alla psicanalisi.
Info 0437.944836 (Marco Fornara)
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