(Rio de Janeiro, 1962) salì agli onori delle cronache nel 2000, con un’opera d’arte che dire controversa è poco: “Alba”, un coniglietto fluorescente, vivo, che il brasiliano aveva reso tale grazie alla proteina GFP utilizzata in campo scientifico come biomarcatore. Fu il successo. L’artista (?) assicura nel suo sito che la bestiola è entrata a far parte della sua famiglia, non spiega per quanto tempo e come abbia vissuto.
Oggi, e fino al 25 settembre, il parco Arte Vivente di Torino propone la prima mostra italiana dedicata all’opera di Kak e alle sue indagini tra arte e biologia. Living works, il titolo della mostra curata da Claudio Cravero che propone una selezione di lavori intorno ai temi della “bioarte” e “telepresenza” che da circa trent’anni il brasiliano che vive a Chicago esplora, affrontando temi come il rapporto tra uomo, animale e robot con l’approdo conseguente all’arte transgenica, dove il vivente, grazie all’ingegneria genetica, forma con il tecnologico un tutt’uno.
Edunia (2003/08), è ìl leitmotiv della mostra al PAV, che consiste nella fusione di una pianta di petunia con il DNA dell’artista. Centrale all’esposizione, offrendosi al tatto e all’olfatto del visitatore, l’opera è l’incontro, l’ibridazione tra due forme biologiche viventi: l’umano e il vegetale.
La sequenza di DNA umano introdotta nel codice genetico della pianta proviene dall’ immunoglobulina del sistema immunitario di Kac e concorre, attraverso la fusione, ai processi di identificazione o rigetto. Altro momento significativo è Essay Concerning Human Understanding (1994), presentato come un dialogo interspecie, in cui l’essere umano è escluso, a costituire le basi della relazione sensoriale tra un canarino e un filodendro, collocati rispettivamente al PAV il primo, e nella Sala lettura della Manica Lunga del Castello di Rivoli la seconda. Il titolo dell’opera, citazione di un saggio di Locke, si riferisce però in generale al pensiero filosofico occidentale che, prima dello sviluppo dell’Etologia cognitiva negli anni ’80, pensava che gli animali non fossero in grado di produrre un linguaggio e li considerava, per questo, differenti. Attraverso dei sensori, dove dunque la tecnologia rappresenta lo strumento utile per una nuova connessione tra le specie, la melodia del canarino arriva alla pianta e le influenze elettromagnetiche prodotte dal vegetale sono simultaneamente restituite alla gabbia in cui l’animale alloggia.
Cosa ne pensi il canrino di tutto questo non è dato sapersi. Altre informazioni su come non andare a visitare la mostra su: www.parcoartevivente.it
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