Philippe Daverio: critico d’arte, giornalista, conduttore. Daverio, ovvero Passepartout, ovvero l’arte sul piccolo schermo…
DT – Lei può essere considerato colui che più e meglio di chiunque altro ha osato portare l’arte in tv. Un bilancio in tal senso?
PD – Pensavo non fosse possibile ed invece è stato possibile, abbiamo salvato l’ anima della televisione, su duemila ore di banalità c’è anche mezz’ora di cultura… non è mica male.
DT – La divulgazione culturale in televisione avrà mai gli spazi che merita?
PD – Si potrebbe fare molto di più, non si capisce bene se è la televisione che non tollera più di tanto in quel campo o se è il sistema pubblicitario che non è in grado di capire quali sono i vantaggi che può trarre dalle aree di nicchia
DT – E’ soddisfatto degli ascolti di Passepartout ?
PD – Raggiungiamo uno share che piace a Rai Tre. Partiamo da uno share bassissimo, dell’uno per cento, e arriviamo a superare anche il dieci a fine puntata, negli ultimi cinque minuti, con una media dal tre quattro per cento e consideri poi che siamo contro i telegiornali. Vuol dire che tocchiamo dai seicentomila al milione e duecentomila telespettatori con una certa circuitazione, cioè siamo seguiti da circa tre milioni di persone che ci conoscono. Loro rappresentano quel cinque per cento di italiani che sono abbastanza evoluti rispetto al resto del Paese.
DT - Ha nuovi progetti, magari per la tv…
PD – Per Rai Cinque stiamo realizzando un programma sul turismo alternativo ai grandi luoghi noti, una sorta di ipotesi di percorso per scoprire un’ Italia minore che non è affatto minore.
DT – In una puntata di Passepartout, durante un reportage dalla galleria Corsini di Roma affermò: ”Alla storia dell’ arte preferisco la storia del gusto”, dice qualcosa di più a riguardo?
PD – La storia dell’arte è molto spesso la storia delle evoluzioni linguistiche delle arti, che è una storia sostanzialmente tecnica e pedagogica. La storia del gusto invece coinvolge tutti, ci permette sempre di mescolare varie linee, ed è molto vicina all’antropologia. La storia del gusto, insomma, è la storia degli esseri umani .
DT – L’ anno scorso in un’altra puntata di Passepartout fece la parodia di Alberto Sordi che con la moglie si ritrova catapultato alla Biennale di Venezia, una puntata ironica, intelligente. Un’ impressione generale sulla Biennale di quest’ anno?
PD – La Biennale è sempre una manifestazione popolare travestita da manifestazione elitaria. Un luogo dove si va a scoprire ciò che già si conosce. Però è un grande momento d’incontro dove tanta gente si ritrova.
DT – Ci sono un padiglione o le opere di un artista in particolare che raccomanda vivamente di vedere?
PD – Il padiglione coreano che ci spiega molto della Corea di oggi. C’è un secondo padiglione russo, che non e quello ufficiale, incredibilmente interessante.
DT – La Biennale di Venezia è un contenitore gigantesco dove si possono ammirare migliaia di opere ed “incontrare” diverse centinaia di artisti…tutta questa abbondanza non rischia di confondere il pubblico? Di bombardare i poveri sensi di un’infinità di messaggi col rischio che nella memoria resti poco…
PD – Beh non è mica grave, bisogna sempre pensare che c’è poco da capire. La Biennale va vista come una sorta di elegante caos, uno va lì e poi qualcosa gli viene in mente, qualcosa viene sempre in mente …
DT – E che senso hanno manifestazioni così grandi – e dispersive – nel mondo di oggi?
PD – Nel mondo di oggi hanno una grande utilità, nel senso che il mondo di oggi è fatto di comunicazione in altri campi, il web e le televisioni soprattutto. Un essere normale è “suonato” dalla quantità di cose che vede, però gran parte di queste appartiene ad un mondo virtuale. Bisogna avere anche qualcosa di concreto da toccare e la Biennale è il momento concreto, quello che si può toccare rispetto ad una falsità infinita di momenti virtuali. La gente si incontra, va a mangiare, gli si gonfiano i piedi camminando, si commuove, e vengono le idee. E’ una grande comunicazione nel mondo del concreto. Che la gente capisca o non capisca non importa, la Biennale è una convention del mondo delle arti .
DT – E del padiglione Italia cosa ci dice ?
PD – Rappresenta perfettamente l’Italia, nel senso che è pieno di gente, sono tutti felici, pieno di famiglie ho visto intere famiglie, parenti degli artisti, felici perché anche loro c’erano. Per una volta c’è stata l’opportunità – per chi sa un po’ muoversi – di farne parte e il tutto si è fondato sulla cosa più italiana che esiste: la raccomandazione . Se uno era raccomandato poteva farne parte. Sgarbi ha fatto una cosa fantastica ha dato un campione d’ indagine molto corretto sull’ italianità. Poi se uno analizza più a fondo, noi faremo una puntata di Passepartout, scopre anche che i padiglioni nazionali hanno sempre le caratteristiche delle cose nazionali : sono retorici. Montanski che è un artista commovente è diventato un artista leggermente retorico però in alcuni casi, come nel padigione coreano, troviamo uno sguardo fantastico, interessante, geniale sul Paese. Uno va a vedere la Cina e capisce cos’è la poeticità dei cinesi. Poi il padiglione affidato alla signora Svizzera (Beatrice Curiger, curatrice della mostra internazionale ndr) è proprio svizzero cioè lei è una riformata di Calvino e ha fatto un bel dopolavoro per l’educazione delle genti. Poi ha fatto un altro pezzo sempre da paese protestante che è il tunnel dell’ orrore, che c’ è sempre nelle feste di paese, e come in una festa di paese dove ci sono la casetta di Hansel e Gretel, la stanza nera della paura, il drago che vola, la donna con il sederone. Il padiglione di Sgarbi invece è più italiano nel senso che è la festa del patrono con la pesca di beneficenza.
DT – La ritroveremo mai come curatore del padiglione Italia?
PD – No questo non accadrà mai, io faccio simpatia ma alla fine non sono veramente tollerato perché appartengo ad un’area culturale che non è del tutto italiana. Non sono adatto.
DT – Perché l’arte contemporanea stenta ad avvicinarsi al grande pubblico, perché non è amata?
PD – Perché con gli anni si è isolata intorno ad un mondo sacerdotale che la celebra come una sorta di rito magico perciò interessa solo a chi fa parte del giro, il resto dell’ umanità è molto lontana dall’arte contemporanea Vi è una specie di sacerdozio dell’ arte contemporanea.
DT – Si può amare l’arte contemporanea?
PD – Questo non è facile, perché neanche sappiamo cosa sia l’arte contemporanea. Quello che sostengo io è che quella cosa che viene raccontata come tale non è del tutto arte contemporanea perché sennò non sarebbe contemporanea. Quando uno va a quelle grandi manifestazioni dedicate non vede niente di ciò che avviene nel mondo. Nel mondo sentiamo parlare della Cina, dei problemi di domani, della struttura ecologica del globo terrestre, delle preoccupazioni. Nell’ arte tutto questo non si trova quasi più, è diventata una sorta di grande ludoteca, il mondo dell’arte contemporanea non è una cosa seria.. Una cosa seria si sarebbe evoluta. Ho fatto una puntata di Passepartout che serviva proprio a dimostrare che in realtà l’arte contemporanea serve a creare una sorta di rito come il teatro “No” in Giappone. Una ritualità lontana dalla nostra realtà oggettiva ma questo non vuol dire però che non ci sia da qualche parte un arte che sia vera.
DT - Qual’è allora l’ arte vera?
PD – E’ quella che stimola il pensiero di quelle persone, abbastanza poche tra l’altro, che si assumono la responsabilità di portare avanti il pensiero del mondo.
DT – Lei sarà tra queste, suppongo ….
PD – No, non lo so…lo sapremo a posteriori.
DT – Le puntate di Passepartout sono come piccoli saggi
PD – Sì, infatti la nostra non è divulgazione perché fare divulgazione è rendere al volgo ciò che sanno i saggi, prendere cioè un libro e spiegarlo in modo comprensibile, noi coinvolgiamo il nostro pubblico, lo rendiamo partecipe di una nostra esperienza.
DT – Ci permetta una provocazione. Tra voi critici di fama i rapporti non sono proprio idilliaci, le opinioni spesso divergono, ed il risultato è che il pubblico medio fatica a farsi un’opinione…Un nome a caso, Maurizio Cattelan, che lei considera un “furbo” e che Francesco Bonami ci racconta come un genio, non le chiedo a chi credere, ma come può la persona di media cultura essere aiutata a farsi un’opinione
PD – E’ facile, basta che capisca se le interessa più il mondo di Bonami o il mondo di Daverio. Non c’è mistero, Bonami è un signore che lavora per fare comunicazione nel commercio dell’ arte contemporanea, ambito che fa vivere molte persone e che come tale va rispettato. Come quelli che fanno comunicazione davanti ai supermercati, lui fa un mestiere di promotore ed è ovvio che un promotore dinnanzi ad un altro promotore come Cattelan si commuova. Insomma, fanno lo stesso mestiere. Se a qualcuno interessa questo deve credere a Bonami se invece è interessato al mondo generale del sapere, allora è più vicino a noi, sono posizioni diverse che non si contraddicono all’interno della stessa testa. Bonami fa promozione per quelli che dipendono dai grandi affari anglosassoni, se hai a che fare con gli anglosassoni è giusto avere a che fare son quella roba li.
DT – Qualche domanda sul patrimonio italiano, maltrattato e per molti versi sconosciuto. Il Louvre è visitato ogni anno da 8 milioni di persone, per raggiungere questa cifra e superarla di poco, in Italia dobbiamo sommare Musei Vaticani, scavi di Pompei e Uffizi. E’ solo un problema di gestione?
PD – No, è un problema di meccaniche culturali. E’ vero che il Louvre è visitato da otto milioni di persone ma è anche vero che facendo così si è suicidato, per campare deve affittare i quadri agli arabi. Ho fatto una puntata dedicata al Louvre dove sostenevo che prima era una teca di formazione come la biblioteca delle arti, oggi è un luogo che serve a vendere i panini intorno. Nessuno guarda più i quadri a Louvre li fotografano ma non li guardano. Il problema del nostro patrimonio è un altro. non è necessario che vadano milioni di persone a vedere le mostre o a vedere i musei, e forse non è neanche il caso. La gente va a vedere le mostre perché le mostre sono fatte di volta in volta per il pubblico. I nostri musei fisiologicamente non erano nati per le masse, il milione e mezzo di persone che va a Pompei ogni anno è una delle cause della sua distruzione.
DT – Dunque?
PD – Va completamente ripensato il rapporto tra il museo e il consumatore di musei. Questione diversa è invece quella del patrimonio italiano che è messo nelle condizioni di incertezza sia tecnica sia filosofica perché non si sa bene a cosa serva. E nell’ anniversario dei 150 anni dell’Unita d’Italia, questa sarebbe una riflessione utile. Lo stato italiano nuovo che ha ereditato sette stati precedenti non ha mai avuto la forza di farsi carico della loro eredità . Eredità ché viene raccolta dall’Occidente ma non dall’ Italia stessa, non appartiene all’Italia il patrimonio italiano è una pura mistificazione, c’ è molta più gente che studia il latino a Oxford che non qui da noi e allora perché Pompei dovrebbe essere occupata dallo stato italiano?
DT – Cosa sta diventando l’Italia?
PD – Non lo sappiamo, tendenzialmente è un Paese in fase di esaurimento, un Paese che avrebbe potuto farcela se negli ultimi dieci anni avesse preso una piega diversa. L’Italia ha problemi gravissimi che non sono risolvibili, o meglio, sarebbero risolvibili solo con uno scontro interno al Paese, cosa che sarebbe anche molto dolorosa. E’ troppo grande la sua eredità e la sua ambizione per poter rispondere ad una realtà che invece è difficile da gestire.
(Virginia Zullo)
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