“Talk to Me“, una mostra che aprirà il 24 luglio al Museum of Modern Art di New York e che sonda come le innovazioni nel design della comunicazione stanno trasformando la nostra vita.
La premessa è semplice: la comunicazione è ora la forza dominante nel design. E non è un dettaglio di poco conto.
Un oggetto emblematico, l’EyeWriter. Realizzato da un insieme di ricercatori di diverse società tecnologiche per venire incontro alle esigenze di Tony Quan, un artista di graffiti conosciuto con il nome di tag TEMPT1 colpito dalla sclerosi laterale amiotrofica. Le sue condizioni peggiorano fino al punto di ritrovarsi completamente paralizzato, poteva muovere solo gli occhi.
Un paio d’ occhiali a buon mercato, ed un software che registra i movimenti oculari per inviarli in modalità wireless ad un computer collegato a sua volta a un congegno laser in grado di dipingere e il graffitaro ha potuto continuare a colorare i suoi muri, anche restando in un letto d’ospedale.
La comunicazione tra le persone e gli oggetti, esplorando i nuovi territori del design, è ciò che la mostra, curata da Paola Antonelli, senior curator del dipartimento di Architettura e Design del MoMa, tenta di sondare proponendo quasi 200 progetti che vanno dal microscopico al cosmico, tutti degli ultimi anni o attualmente in fase di sviluppo.
E se nel corso dell’età industriale il design aveva come paradigma l’utilità e la funzione – erano queste a determinare la forma e dunque la sua eleganza – la nuova nuova frontiera del disegno è diventata quella di migliorare le possibilità comunicative, incarnando un nuovo equilibrio tra tecnologia e persone, e portando le innovazioni ad un livello accessibile, a misura d’uomo.
Se gli oggetti hanno sempre parlato alle persone, talvolta apertamente, altre in modo sottile, emotivo, o subliminale, oggi il problema è far sì che le “cose”, soprattutto i prodotti digitali, comunichino il loro significato.
TRA ARTE E SCIENZA
La mostra del MoMa è a metà tra un paese dei balocchi per gli appassionati d’elettronica e l’esposizione d’arte ma ci aiuta a comprendere come e quanto, ogni giorno, ciascuno sia costretto a “parlare” con gli oggetti. Detto in altri termini si mettono in evidenza i modi innovativi in cui gli oggetti aiutano gli utenti ad interagire con sistemi complessi o reti. Un esempio banale è il bancomat, ma in mostra c’è davvero da stupirsi.
RABDOMANTI E ROBOT DI CARTA A cominciare dal “pezzo” che accoglie i visitatori, nome Yann Le Coroller’s Talking Carl, un iPhone e iPad in cui una scatola a forma di creatura risponde al suono e tatto, diventa delicato e nervoso, e ripete ciò che dicono i visitatori con una voce alquanto acuta. E mentre le sale del museo sono percorse da una schiera di robot di cartone armati di bandierina, i Tweenbots, che interloquiscono col pubblico, dalla caffetteria del MoMa lo staff annuncia via Twitter il momento in cui sarà pronto qualcosa per deliziare il palato (@ MoMABakerTweet), in ogni caso un maxischermo rimanda le immagini delle leccornie. La vetrina delle curiosità è ampia, ma attenzione a considerare gli oggetti in mostra solo dei simpatici gadget. E’ vero che la bacchetta da rabdomante wifi creata da Mike Thompson può sembrare solo un bel giocattolo, ma pur avendo la forma familiare delle vecchie bacchette di legno dei cercatori d’acqua, in realtà è uno strumento che cerca e indica la potenza degli invisibili segnali senza filo che ci circondano.
SORRISI DI PLASTICA E IL SORRISO DI DIO
Con una buona dose d’ironia le Protesi di Sascha Nordmeyer ci fanno riflettere sullo stato della comunicazione tra esseri umani, si tratta di sorrisi di plastica che coprono le labbra ed espongono le gengive in un sorriso forzato per stato, per aiutare le persone socialmente imbarazzate. Ovviamente ampia la sezione dei videogames, ma possiamo scoprire che la tecnologia ci può aiutare a parlare anche con Dio.
Per i musulmani ecco Soner Ozenc di El Sajjadah (2005), un tappeto da preghiera che s’illumina quando è correttamente posizionato verso la Mecca, oppure il Prayer Companion, realizzato dalla Goldsmiths University di Londra. Un dispositivo a forma di rotolo che comunica ad un ordine di suore di clausura di un monastero dell’Inghilterra del Nord i problemi del mondo che potrebbero trarre beneficio dalla loro preghiere. Dai sistemi pensati per migliorare la vita cittadina ai mondi virtuali coi quali “leggere” il lavoro di designer, architetti e ingegneri. O ancora, la poesia dell’albero d’ascolto di Alex Metcalf. Alimentato da energia solare, un dispositivo collega il tronco d’albero ad un amplificatore e a delle cuffie che pendono dai rami (a Londra ne hanno installati diversi). Attraverso queste è possibile ascoltare il rumore dell’acqua che passa attraverso le cellule ed ogni suono prodotto dal movimento dell’albero.
EMPATIA
E accanto all’ esposizione di sistemi d’utilità acclarata, come il dispositivo multipiattaforma capace di trasmettere dati su tsunami e terremoti, una sezione finale destinata a chiudere il percorso con riflessione empatica.
Insomma, ci sono dispositivi che aiutano a capire come ci si sente ad essere qualcosa o qualcun altro. Dalla cintura del giapponese Takashi Fate che consente agli uomini di avvertire tramite elettrodi le stesse sensazioni di una donna mestruata (dolori e sanguinamenti sono previsti, ma non si spiega se il nervosismo è incluso) ; al cubo di Rubik in braille realizzato da Konstantin Datz, all’impianto a dito che consente ad una persona d’indicare una parola o una frase su un libro e di ascoltare con un auricolare informazioni correlate quali la pronuncia o significato.
Sforzi che guardano ad obiettivi di accettazione, o almeno di curiosità come modo certo più appagante del rifiuto di condividere questo mondo (Antonella Durazzo)

Goldsmiths University of London, Prayer Companion Photo Credit: Interaction Research Studio, Goldsmiths University of London, UK

Tahir Hemphill - Software che visualizza la carriera della star dell'Hip hop 50 Cent's Photo Credit: Tahir Hemphill
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