E’ inserita tra le iniziative speciali del 150° dell’unità d’Italia promosse dal Padiglione Italia alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la mostra “Fausto Pirandello. I nudi” ospitata da ieri a Palazzo Grimani.
Curata da Vittorio Sgarbi, l’esposizione traccia attraverso una ventina di opere un intenso percorso nella “poetica” di un pittore che ha camminato lungo i tre quarti del “secolo breve”. E del ‘900 ha conosciuto avanguardie e movimenti, di alcuni ne ha colto l’importanza, subendone anche l’influenza, ma è riuscito a rimanere artista autonomo, una figura isolata nel panorama artistico nazionale.
Una personalità fuori del suo tempo per qualcuno, un esempio di libertà ed indipendenza per coloro che in quella sua costante raffigurazione di corpi intuiscono ed apprezzano l’eterno scontro tra la materia e il pensiero (o la psiche).
Fausto Pirandello (1899 – 1975), figlio del celebre drammaturgo, frequentava ancora l’Accademia di nudo quando, come lui stesso affermò, rimase affascinato dalle incredibili libertà estetiche di uomini come Van Gogh, Gauguin, del giovane Kokoschka.
Una lezione che evidentemente non dimenticherà più. E se nel suo soggiorno parigino (1926 – 1928) si lascerà entusiasmare dall’arte di Cézanne, Picasso, Braque e Matisse, ha sempre e comunque mantenuto una visione ancorata alla lettura della realtà, una lettura personale dove non mancheranno spunti espressionisti né, negli anni ’50, virate astrattiste.
I suoi corpi spogliati prorompono, la materia è spessa, le linee esprimono tormento e un’energia interiore (la psiche?) che vorrebbe esplodere ma che è come costretta dalla carne.
Il corpo come condanna anche quando esprime sensualità. Per questo suo plasmare il nudo femminile alle suggestioni di ben più profondi universi interiori, l’opera di Fausto Pirandello è stata talvolta paragonata a quella del celebratissimo Lucian Freud. E come volle sottolineare lo stesso Sgarbi in occasione di una mostra allestita al castello di Salemi lo scorso anno, non è azzardato un parallelismo pittorico tra il figlio di Luigi Pirandello, drammaturgo molto legato a temi quali la follia o i disturbi della personalità, e il nipote di Sigmund Freud, primo vero interprete dei turbamenti dell’animo umano.
Chiamateli, se volete, “vizi di famiglia”.
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