Sono pochi gli artisti del ‘900 amati dal grande pubblico come René Magritte (1898-1967), apprezzamento che in tanti casi diventa venerazione. Citato, saccheggiato, reinterpretato dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità ma pure da tanti artisti che sono arrivati dopo, inevitabilmente folgorati dal misterioso racconto del “saboteur tranquille” artefice di quel mondo estraneo alle leggi fisiche eppure così così terribilmente reale, e toccante. Una finestra è una finestra, un uomo in bombetta è un uomo in bombetta, un cielo è un cielo ed una pipa non è altro che una pipa, non c’è possibilità di equivoco . Ma i dubbi che sono capaci d’insinuare, quelli entrano direttamente nella sfera dell’indefinito, mentre le domande giocano a rincorrersi senza talvolta trovare formulazione, assieme ad una serie di sentimenti che vanno dall’inquietudine al sorriso, dalla pace all’assenza.
Amate Magritte?
Allora l’appuntamento è alla Tate di Liverpool fino al 16 ottobre, se ritardate segnatevi invece l’indirizzo dell’Albertina di Vienna, dove una delle più complete mostre su Magitte mai realizzate sarà allestita dal 9 novembre al 26 febbraio. Titolo: Renè Magritte: The Pleasure Principle.
La mostra che ha inaugurato nei giorni scorsi alla Tate riunisce 110 dipinti, alcuni capolavori universalmente riconosciuti, ma anche lavori meno noti, risalenti al periodo iniziale della ricerca artistica del belga e, rarità, una ricca selezione di fotografie, filmati e grafica pubblicitaria. Perché al contrario di certi surrealisti suoi contemporanei – vedi Dalì – Magritte non amò mai l’esposizione personale.
La mostra si sviluppa per temi, affrontando in profondità i dispositivi compositivi e concettuali che sono presenti nel lavoro di Magritte dalla metà del 1920 alla sua morte nel 1967. Le tecniche impiegate come il velo e la rivelazione (tipici i tendaggi e le scenografie), il doppio inquietante (l’incontro con manichini in un’ambigua condizione tra la vita e la morte), la realtà paradossale (come la simultaneità di giorno e notte) e la trasformazione metamorfica di oggetti (tramite scala o pietrificazione) come basi fondanti di un mondo enigmatico e sempre affascinante.
Provenienti da collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, alcune delle opere esposte sono ormai parte integrante della fantasia popolare: L’assassino minacciato (1927) dal MoMa di New York, uno dei primi lavori nei quali emergono le magiche atmosfere magrittiane; e poi La condizione umana (1933) dalla National Gallery of Art di Washington, col quale l’artista sfida la percezione del reale. E ancora Tempo trafitto (1938), Il Dominio della Luce (1950), The Listening Room (1958) e Golconda (1953) della Menil Collection di Houston, Texas, dipinto poetico e tragico assieme nel quale Magritte coinvolge direttamente l’osservatore trasformandolo in uno degli omini a stampo – tutti uguali, tutti senza espressione – che piovono giù da un grigio cielo belga. Quando si dice l’attualità dell’arte…
La mostra comprende anche dipinti del meno noto periodo “Vache”, opere
erotiche ed esempi dei suoi disegni commerciali. E poi rare fotografie e filmati di repertorio che offrono sguardi sulla vita e l’opera dell’artista, fornendo spunti sul suo rapporto con la moglie e musa Georgette e le sue collaborazioni all’interno del gruppo surrealista belga. Ciò che emerge è una figura di artista versatile e complesso, con un senso dell’umorismo spesso anarchico la cui arte trascende l’immagine del borghese tranquillo della quale s’era rivestito. Colpa della bombetta e del cappottone nero?
La mostra è curata da Christoph Grunenberg, direttore, e da Darren Pih, curatore della Tate Liverpool

Rene Magritte, Il dominio della luce, 1953 Private Collection, Guggenheim Asher Associates © Charly Herscovici, c/o ADAGP, Paris 2011
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