25 giugno 2009, radio e telegiornali di tutto il mondo fanno rimbalzare una notizia che rapidamente semina sconforto e incredulità in milioni di appassionati di musica. In circostanze ancora poco chiare, Michael Jackson, dopo un malore nella sua casa di Holmby Hills a Los Angeles, si è spento alla clinica dell’UCLA per arresto cardiaco, aveva 50 anni.
Siamo già a due anni da quegli eventi. Per ciò che ha fatto in vita ed anche per come se ne è andato, “Jacko” è entrato nel club degli immortali, di quelli di cui non si accetta la scomparsa e che a date alterne, vengono regolarmente avvistati e riconosciuti nonostante siano deceduti da anni. Altri americani, e questo forse la dice lunga, sono nello stesso “Vip club”: Elvis Prisley, Jim Morrison e Janis Joplin su tutti.
Jackson si stava preparando per una serie di concerti alla O2 Arena di Londra, sono stati il mesto saluto al “re del pop”, tirato all’inverosimile da chi cominciava a guadagnare molto sulla pelle ancora calda dello scomparso. Agli inizi di marzo del 2009,
parlando dei concerti all’O2 Arena l’artista aveva annunciato una decina di date nel luglio di quell’anno, che sarebbero state le sue “final curtain call”, ovvero, le sue ultime serate.
Poi a maggio era girata anche la notizia che Michael avesse un tumore alla pelle. Proprio la pelle, nella storia dell’autore, era stata uno dei motivi di scandalo. Dall’inizio degli anni novanta, cominciò il suo processo di distacco definitivo dai lineamenti di maschio negroide, per giungere a quel misto asessuato e senza origine geografica con progressivi sbiancamenti della pelle, peraltro era malato di vitiligine e gli interventi di chirurgia plastica s’inseguirono.
Il 24 giugno del 2009 Michael era saldamente in sala prove per completare il suo ultimo impegno, un certo abuso di pastiglie, circa 40 xanax al giorno, segnalato in seguito, richiamava la fine del Re del rock, Elvis. Il giorno dopo, la tragedia, scoperta dal medico personale, che per prima cosa, tenta una rianimazione e solo circa mezz’ora dopo, lancia l’allarme chiedendo l’intervento del personale medico. Tutto inutile.
Poi, il momento dei dovuti conti. Secondo testamento, i figli dovevano essere affidati alla nonna paterna, o a Diana Ross se l’anziana non fosse stata in grado di accudirli. Jackson era indebitato per varie centinaia di milioni di dollari, la sua tenuta, “Neverland” era in banca rotta, ma le vendite di dischi e lavori spinti dalla notizia della tragica morte, hanno fruttato circa 90 milioni di dollari in un botto, a vantaggio dell’entourage. Nonostante deceduto, Jacko è stato l’artista ad aver venduto di più nel 2009, per capire. Il suo patrimonio invece è finito ad una fondazione, la “Michael Jackson Family Trust”.
Poi, come fu anche per Freddie Mercury, tocca alla casa discografica succhiare il defunto seno, con la pubblicazione di raccolte con un inedito alla volta, così ci si assicura un discreto vitalizio. Fu così che a luglio 2009, vide i natali il singolo “This is it” e poi ad ottobre, l’album “The music that inspired the movie: Michael Jackson’s this is it”.
Da un accordo tra i gestori del patrimonio e Sony, è venuto un contratto che supera i 250 milioni di dollari per la pubblicazione di nuovo materiale, centellinato, fino al 2017. Poi ci si chiede come facciano ad andare così in fretta le api al miele. In ultimo, le decine di denunce per frode o violenza su minori sopportare in vita, guarda caso, sono state tutte ritirate una dopo l’altra dopo la morte, facendo sì che serpeggiasse un cinico stupore generale. Questo il ringraziamento per 40 anni di carriera e di sconvolgimenti nel mondo della musica che hanno tracciato sentieri che dureranno anni ed anni. (Davide Rabaioli)
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