Il mondo della cultura si è mobilitato per la sua liberazione, anche dalla Biennale di Venezia erano giunti appelli e solidarietà per Ai Weiwei, l’artista dissidente cinese arrestato il 3 aprile scorso mentre stava per imbarcarsi su un aereo all’aeroporto internazionale di Pechino. L’accusa: evasione fiscale.
Ieri sera, dopo 81 giorni di prigionia, l’artista è stato rilasciato dietro cauzione, raggiunto per via telefonica da un giornalista del Guardian, il cinquantaquattrenne ha detto che era felice di essere tornato con la sua famiglia, ma che non era in grado di commentare ulteriormente. E’ apparso stanco, dimagrito. La polizia sostiene che il Fake Pechino Cultural Development Ltd, una società controllata da Ai Weiwei, ha “eluso una quantità enorme di tasse e intenzionalmente ha distrutto i documenti contabili“, gli amici e la famiglia sostengono che le accuse rappresentano una rappresaglia del governo per l’attivismo nella difesa dei diritti umani.
Weiwei è una star dell’arte, co-architetto dello stadio olimpico di Pechino è diventato internazionalmente famoso. La sua recente installazione di semi di girasole alla Tate Modern è stata accolta con critiche entusiastiche. Zodiac Heads, un gruppo di bronzi giganti che ricreano quei pezzi saccheggiati dal Palazzo d’Estate dalle truppe britanniche durante la guerra dell’oppio secondo, è attualmente in mostra alla Somerset House, un’altra mostra è alla Lisson Gallery. La sua attività artistica s’è sempre affiancata a quella di attivista. La pubblicazione su un blog di scritti, interviste, immagini (2006-2009) ha, per la prima volta consentito l’accesso ai non cinesi a scritti che circolavano tra milioni di persone, poi le autorità hanno interrotto il blog, due anni fa. I commenti su ogni aspetto dell’attualità sono diventati parte integrante della sua identità di artista. “Tutte le persone hanno la responsabilità di dire la loro opinione sulle cose“, ha scritto nel 2006, “per affermare i principi semplici della loro vita“. E non manca di rimproverare i suoi stessi concittadini.
Da romanzo la sua storia personale. Ai Weiwei è Figlio del poeta Ai Qing, un comunista che era stato con Mao a Yan’an, negli anni prima della rivoluzione del 1949, ma che nel 1950 fu dichiarato dal partito “nemico del popolo”. Nel 1957, poco dopo la nascita Weiwei’s, Ai Qing fu mandato per la “rieducazione attraverso il lavoro”, in una foresta di Heilongjiang (Manciuria), poi sui lontani altopiani occidentali dello Xinjiang, dove la famiglia ha vissuto per qualche tempo in una buca scavata nella terra. Weiwei ha raccontato che andava a vedere suo padre sessantenne pulire i bagni pubblici del villaggio. L’artista ha vissuto nello Xinjiang fino all’età di 19 anni, ovvero fino al 1976 quando, superata la “Rivoluzione culturale” Ai Qing fu riabilitato e la famiglia si trasferì di nuovo a Pechino. Weiwei allora ha iniziato a disegnare, istruito in modo informale dagli amici di suo padre e grazie a pochi libri trovati clandestinamente: uno sull’Impressionismo, una monografia su Van Gogh, uno su Jasper Johns. “Non riuscivo a capire se si trattava di arte”, ha spiegato in seguito.
Nel 1978 si iscrive all’Accademia cinematografica di Pechino entrando presto a far parte di un milieu di artisti e radicali che ha approfittato del disgelo nella politica del partito comunista per esprimere il desiderio di cambiamento. Appena ha potuto ha lasciato la Cina per gli Stati Uniti, ha vissuto a New York, folgorato dal Dada e da Andy Warhol ha condotto le sue sperimentazioni guardando alla possibilità che l’arte possa essere presente in tutte le azioni ei gesti dell’artista. E’ tornato in Cina nel 1993.
Nel 1990, Ai ha pubblicato una serie di libri la “Red Flag books”, coi quali ha parlato ad altri artisti cinesi cercando di spingerli a pensare in modo più critico, ha anche prodotto migliaia di fotografie, molte delle quali spiritose e provocatorie, come l’ormai famosa immagine di sua moglie Lu Qing, che solleva la gonna in Piazza Tiananmen, o la serie intitolata Studi di prospettiva, nelle quali si vede il fotografo che alza il dito medio verso la Casa Bianca, la Torre Eiffel e altri monumenti. Nel 2000 ha organizzato una contro-mostra alla Biennale di Shanghai, con il titolo inglese blunt “Fuck Off”. Da quel momento molti critici e curatori internazionali hanno scoperto Ai considerandolo una vera e propria star.

Ai Weiwei 2010 Photo: Tate Photography
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