Era il 5 giugno 1688, vigilia di Pentecoste. Il terremoto colpì, improvviso, attorno alle 15.30 creando uno scenario apocalittico: in tutta Cerreto Sannita , immersa nella quiete pomeridiana, risuonarono tutto d’un tratto i cupi boati dei crolli, i gemiti dei feriti, e le grida di terrore degli scampati. Contemporaneamente si alzò un polverone così denso da oscurare il sole. La popolazione fu dimezzata, scendendo a quattromila anime. Ma otto anni dopo, la città era già completamente ricostruita anche se più a valle rispetto al nucleo originario. Di quel tempo i primi accorgimenti antisismici: murature spesse, lo spostamento della cucina al piano superiore e delle camere da letto al livello del terreno per agevolare l’uscita in caso di scossa notturna, e la creazione di strade larghe per agevolare il passaggio dei soccorsi e di tre grandi piazze dove convogliare i superstiti.
La località della provincia di Benevento diventò così un borgo aperto, senza mura, con un impianto urbanistico svincolato
dalla centralità della chiesa o del castello, e con un’architettura dove agli elementi tardo-medioevali e rinascimentali si affiancavano quelli barocchi. Fu dall’incontro tra scuole diverse che si sviluppò la produzione di ceramica nel segno dello stile partenopeo “corretto” da un esuberante cromatismo, quasi dal sapore naif, che ricorda il rapporto fra uomini e animali: quasi un tuffo nelle antiche civiltà venatorie. La vecchia Cerreto, una sorta di Pompei medioevale, è ancora sepolta coi suoi tesori. Formatasi nel IX secolo probabilmente per iniziativa di alcuni sopravvissuti alle incursioni dei Saraceni, aveva vie tortuose. Sullo slargo più importante, quello del mercato, guardavano la collegiata di Santa Maria in Capite Foris e il torrione, unico rudere ancora visibile, che aveva funzioni di prigione. Il maniero, con torrette normanne, era poco distante. Proprio il torrione è stato recentemente acquistato dal Comune che vuole riportare alla luce gli altri resti per dare vita a un parco archeologico.
Chiamata la “Piccola Torino” per le somiglianze con il centro storico del capoluogo piemontese, Cerreto si affaccia sulla verde valle del torrente Titerno attraversato dal ponte, ad arcata unica e a passaggio solo pedonale, di Annibale. E’ chiamato così in quanto vi transitò il condottiero cartaginese durante la seconda guerra punica.
Uno degli angoli più incantevoli lungo il corso d’acqua è quello delle forre di Lavelle, piccoli canyon, non lontano dalla provinciale Cerreto-Cusano Mutri, generati da un’azione erosiva di milioni di anni. Ma la natura è altrettanto incontaminata, per esempio, alla “grotta chiusa” o “dei briganti”, duecento metri sotto la “Rocca del cigno”, piena di stalattiti e stalagmiti. L’ingresso è sinuoso e obbliga a prostrarsi completamente strisciando per circa tre metri. Vi regna un silenzio profondo, rotto solo dal lento e monotono tic tac di qualche goccia che cade dall’alto. E ai limiti delle contrade Cerro e Cese si erge la morgia di sant’Angelo, definita “La leonessa”, un blocco di pietra calcarea simile a un felino che ha nel suo ventre una grotta abitata nel Neolitico e la cappella di Sant’Angelo in Sasso.
L’itinerario inizia dalla chiesa di Maria Santissima di Costantinopoli. Siamo in piazza Luigi Sodo dove è ubicato anche l’istituto scolastico “Carafa-Giustiniani” che accoglie l’esposizione permanente “Regioni d’Italia” con manufatti di ceramica provenienti da tutta la penisola. Lo slargo si apre lungo via Telesina su cui si affacciano anche gli oratori di Santa Maria del Monte dei Morti, proprio alle spalle del grazioso edificio neoclassico del Monte di Pietà, e altre due chiese. Quelle, attigue, di San Giuseppe e San Rocco dov’è conservata una Madonna della Provvidenza per il cui volto lo scultore locale Silvestro Jacobelli s’ispirò ad alcune ragazze della zona. Il palazzo vescovile con la tipica struttura a corte fatta di androne, cortile, giardino, loggiato e terrazzo
coperto al piano nobile, ha accanto il duomo di piazza Giovanni Paolo II a tre navate con 12 altari in marmo policromo; alla sua destra, il seminario di cui sono stati ospiti, fra gli altri, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, re Ferdinando II e il presidente Oscar Luigi Scalfaro.
La collegiata di San Martino, con quattro scalee di accesso che le regalano una solennità scenografica tipica del barocco, è situata nella centralissima omonima piazza dove sono presenti anche le ex carceri feudali, con la sezione contemporanea del museo civico e della ceramica e una cella dove non si sono cancellate le scritte dei detenuti. Sempre in questo luogo, ecco il palazzo del Genio con le sale della biblioteca, una raccolta di riggiole, caratteristiche mattonelle in ceramica, e la fontana dei delfini che, acquistata a Napoli nel 1812, è probabilmente quella una volta collocata in piazza Mercato: davanti a essa Masaniello arringava il popolo. A proposito di fontane: significativa anche quella “Della tintoria ducale”, l’opificio dove avveniva la colorazione dei panna lana sulla strada che conduce all’oratorio della Madonna della Libera, costruito a Campo di fiori sopra il tempio sannitico di Flora di cui resta solo parte del basamento costituito da grossi massi lavorati e alcuni pezzi di colonne circolari. Alcuni capitelli sono stati scoperti in stalle, trasformati in abbeveratoi per le bestie. Sulla sinistra, sul monte Cigno, sono stati rinvenuti resti di muratura del villaggio di Cominium Ocritum e varie monete di epoca romana. La zona è anche quella dell’oratorio di San Giovanni Battista che superò senza danni il terremoto. E’ ubicato su una roccia a strapiombo sul profondo letto del rio Tuerio in località ponte Raino vicino a cui si può ancora vedere quanto rimane di una gualchiera, macchina idraulica per la concia delle pelli.
Tornando nel cuore del paese, in corso Umberto I s’innalza palazzo Sant’Antonio, ex convento francescano e da un secolo
residenza municipale. Il chiostro, utilizzato per eventi culturali, permette di accedere al museo civico ubicato nei locali del piano ammezzato e che recentemente s’è arricchito con l’arrivo di quattrocento pezzi della collezione dello storico Vincenzo Mazzacane. Del complesso fa parte anche la chiesa di Sant’Antonio. Da quella rasa al suolo dal movimento tellurico, sono usciti intatti solo una croce in argento, capolavoro di arte orafa, un reliquiario, e una statua, considerata miracolosa, del santo di Padova. Tutte opere oggi conservate nella cattedrale. Sempre in corso Umberto I s’incontra il tempio, con facciata neoclassica, di San Gennaro, sede della raccolta d’arte sacra, mentre in piazza Roma sono state girate scene di film con Gino Cervi (“La Maddalena” del 1954), Sophia Loren, Vittorio de Sica e Marcello Mastroianni (“La bella mugnaia” del ’55) e Vittorio Gassman, Rosanna Schiaffino ed Ernest Borgnine (“I briganti italiani” del ’61). Su un lato ci sono l’ex monastero delle Clarisse, fra le cui mura fu rinchiusa suor Giulia de Marco, la monaca di Monza del sud condannata dall’Inquisizione, e la chiesa di Santa Maria Mater Christi dove sono custoditi i paramenti sacri appartenuti alle religiose. Nei pressi si può anche ammirare una fucina, memoria dell’artigianato del ferro battuto. Visitate Cerreto e i suoi dintorni, è il momento di mettere le gambe sotto il tavolo e di gustare la cucina ancora legata alla
tradizione contadina. Protagonisti i salumi e i formaggi, ma non solo. Vale la pena di far precedere il pranzo da una degustazione di scagnuzzell, bruschette con dadini di pomodoro, aglio, olio e origano. Come primi, largo a maccheroni al ragù con ricotta e pecorino, e tagliatelle coi ceci oppure con il virno, il fungo primaverile detto di san Giorgio che cresce nei pascoli d’altura di monte Coppe, e che può accompagnare anche altre pietanze come lo spezzatino di agnello, le scaloppine e le frittate. I piatti di carne? Saporiti abbuoti, budelline di agnello da latte bollite. Il tutto accompagnato dal rosso Aglianico o dal bianco Falanghina. (Marco Fornara)
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