Superato il momento inaugurale, quello dei vip e delle sorprese, delle polemiche inevitabili, della vertigine collettiva e delle premiazioni, le luci sulla 54ma Biennale d’arte di Venezia calano d’intensità. Si entra nella normalità di un evento espositivo che si offre al pubblico per sei mesi buoni, abbastanza cioè per intercettare i flussi turistici lagunari e proporsi come l’evento espositivo più visitato d’Italia. Amen.
Ma è proprio dopo aver guadato la confusione dei giorni passati che c’è la possibilità, anche per chi scrive, di cercare un isola su cui approdare per placare lo stordimento provocato dal mare magnum delle proposte. Ne abbiamo scelta una – non a caso – ha un elegante aspetto neoclassico a metà strada tra il Pantheon e la Casa Bianca, ma Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, “enfants terrible” dell’arte stellestrisce più efficacemente hanno detto che ricorda una banca. E infatti in sala, sì sono loro gli artefici del Padiglione nazionale degli Stati Uniti, hanno collocato un grosso bancomat – organo, tu prelevi cash e quello di rimando ti inonda di note wagneriane. In realtà ogni transazione finanziaria eseguita dai visitatori, dal controllo del saldo al ritiro di contante, genera una musica particolare, che viene selezionata tramite la stessa tastiera del bancomat. Il risultato finale varia dalla musica atona a quella melodica ad armonie e fraseggi più strutturati e più classici generando una colonna sonora algoritmica che si diffonde all’interno del padiglione. Il titolo dell’opera è Algorithm. Meditate sul denaro, gente, meditate.
Jennifer Allora (nata nel 1974 a Filadelfia in Pennsylvania) e Guillermo Calzadilla (nato nel 1971 ad Havana, Cuba) collaborano fin dal 1995 costituendo un collettivo di artisti che vive e opera a Portorico. E’ da pochi anni che le loro creazioni (scultura, fotografia, performance, musica e video) sono al centro di esposizioni a livello internazionale, dal MoMA di New York (2010), al Kunstmuseum Krefeld e Museum Haus Esters di Krefeld (2009), alla Haus der Kunst a Monaco di Baviera, (2008). Venezia è la loro consacrazione.
Fa colpo, non c’è che dire il gigantesco carrarmato rovesciato collocato all’ingresso del Padiglione. E infatti la sua immagine ha fatto il giro del mondo mentre un atleta dal tipis roulant collocato sul cingolo destro corre all’infinito. Track and field è il titolo dell’opera (atletica leggera) e quell’ammasso di ferro e rumore coi cingoli all’aria ricorda uno scarafaggio schienato. Una visione di sconfitta? Una denuncia di stanchezza per le imprese militari americane, o piuttosto una metafora sulle capacità dell’uomo medio di opporsi all’escalation?
Il titolo del padiglione è Gloria pungente riferimento alla grandezza (militare, religiosa,sportiva, economica, culturale) degli States vogliono incarnare, contrappunto non privo d’ironia alla pompa e allo splendore dei padiglioni nazionali. E le canzoni popolari che il nome femminile ha ispirato, dove le mettiamo?
Ci sono anche quelle (Umberto Tozzi docet) “Ci piaceva l’idea di dare un nome femminile e in spagnolo al padiglione degli USA: Gloria. Tutte le opere sono marcate da uno spirito di attività critica e di profanazione” hanno detto gli artisti. Per Lisa Freiman senior curator e direttrice del dipartimento di arte contemporanea dell’Indianapolis museum of art, nonché commissario del Padiglione USA “Le opere poetiche e sorprendenti comprese in Gloria ricordano la frammentata, instabile e contraddittoria natura del mondo contemporaneo. Sono interventi quasi surrealisti, che intendono catapultarci in una contestazione delle narrative ufficiali. Tali gesti assurdi e paradossali ci implorano di riflettere sul rapporto tra arte, guerra, nazionalismo e competizioni atletiche”.
Sei le opere di Allora e Calzadilla presentate, per alcune l’Indianapolis
Museum of Art ha collaborato con le federazioni statunitensi di atletica leggera e di ginnastica che hanno procurato gli atleti che si esibiranno per tutta la durata della mostra sul carrarmato ma pure per Body in Flight (Delta) e Body in Flight (American) riproduzioni in scala naturale dei sedili di prima classe che si trovano sugli aeroplani di linea statunitensi. Le sculture in legno dipinto sono un sostituto della trave e del cavallo con maniglie e fungono da piattaforma insolita per un nuovo linguaggio dei movimenti che “contamina” le rigide ruotine della ginnastica.
Uno sberleffo è Armed Freedom Lying on a Sunbed, copia modificata in bronzo della Statue of Freedom, nota anche come Freedom Triumphant in War and Peace (a volte detta anche Armed Freedom), la statua che dal 1863 torreggia sulla cupola del Parlamento degli Stati Uniti. L’effige è stata collocata su un lettino abbronzante, con una luce brillante, quasi accecante, che crea un alone allucinante emanante dalla rotonda del padiglione. Inquietante richiamo alla valenza dei nuovi simboli, ai moderni (dis)valori. Che persone siamo senza la lampada settimanale?
A chiudere la rassegna alcuni filmati. Tra questi Half Mast\Full Mast (2010) video-opera di ventun minuti ripresa sull’isola di Vieques, vicino a Portorico.
Due video sono sovrapposti, ciascuno riprende un paesaggio differente, ma entrambi hanno in comune un’asta di bandiera al centro dell’immagine. Il risultato della sovrapposizione è l’apparenza di un palo unico, che divide i due sfondi. Un ginnasta alla volta entra in uno dei due schermi e si atteggia a bandiera umana. A seconda di qual è lo schermo in cui appare il ginnasta, quello superiore o inferiore, la bandiera appare essere a mezz’asta o interamente innalzata, in siti che simbolicamente evocano posti di vittoria o di sconfitta nella lotta dell’isola per ottenere pace, decontaminazione, giustizia ecologica e sviluppo sostenibile.
Vieques è stata per anni soggetta a controversie internazionali; è stata adibita per anni a poligono di tiro e sito di prova di bombardamenti della Marina degli Stati Uniti. E’ stata teatro di proteste per decenni, dalla fine della seconda guerra mondiale al 2003, quando la Marina l’ha abbandonata e l’isola è stata trasformata in una riserva naturale.
In un 2011 che ancora gronda conflitti in ogni angolo del Pianeta, in un occidente sempre più ripiegato sulla vacuità il padiglione di Allora & Calzadilla è tragicamente, amaramente, ironicamente contemporaneo, tra i più contemporanei della Biennale.
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