Christoph Schlingensief è morto nell’agosto del 2010, poco prima del suo 50mo compleanno, nel bel mezzo dei lavori di progettazione del Padiglione della Germania, che gli era stato affidato per rappresentare il Paese alla 54ma Biennale d’arte. Un acceso dibattito si è sollevato immediatamente dopo la sua scomparsa, se il Padiglione tedesco a Venezia potesse o no essere dedicato al lavoro di un artista morto. Due donne hanno intrapreso una battaglia comune per tutelare l’eredità dell’artista e filmmaker: la sua vedova, Aino Laberenz, e Susanne Gaensheimer, curatore del Museo di Francoforte e commissario del Padiglione.
Hanno avuto ragione loro e sabato scorso, ad apertura di Biennale, la giuria internazionale ha assegnato al Padiglione della Germania il Leone d’oro, consegnando anche una menzione speciale alla curatrice.
Con la morte di Schlingensief, inevitabilmente il progetto è cambiato, e quella che doveva essere una realizzazione artistica completa di Schlingensief, è diventata una panoramica sugli aspetti principali della sua carriera.
Tre temi sono così diventati centrali: la malattia dell’artista e la propria biografia, i film, e la sua iniziativa di creare un particolare villaggio in Africa, progetto questo, al quale s’era dedicato alacremente sino agli ultimi momenti di vita. Christoph Schlingensief era noto per le sue azioni controverse nate da una critica pungente, dolorosa, alla società tedesca e occidentale. Non temeva lo splatter come nella trilogia di film “Deutschlandtrilogie“(Germania Trilogy), né di provarsi in azioni controverse come la produzione televisiva “Foreigners out! Schlingensief’s Container” (Gli stranieri fuori. Il container di Schlingensief) realizzata in dileggio al Grande Fratello in cui dei veri richiedenti asilo sono stati rinchiusi in un container a Vienna e chiamati a gareggiare l’uno contro l’altro per evitare di essere cacciati dall’Austria.

Christoph Schlingensief, "Church of Fear...", German Pavilion, Biennale di Venezia 2011, Foto: (c) Roman Mensing, artdoc.de
Nella sala principale del Padiglione tedesco, la ricostruzione di una chiesa è quasi commovente. Era la chiesa di Oberhausen dove l’artista serviva messa da ragazzino, la realizzò per la prima volta alla Triennale della Ruhr nel 2008, subito dopo l’asportazione di un polmone e mesi di chemio-terapia.
I temi della xenofobia e del senso di colpa s’incrociano con la paura dell’ignoto e “dello sconosciuto in me”. QuiSchlingensief rappresenta la sua malattia in modo aperto, ne discute la sua spietatezza partendo da sé per raccontare il ciclo esistenziale della vita, della sofferenza e del morire.
Sull’insolito palcoscenico della chiesa, anche musiche di Wagner e richiami per immagini a Joseph Beuys e a Fluxus che tanta parte hanno avuto nella formazione dell’artista.
In una delle due ali del padiglione, su un grande schermo passano sei film scelti per rappresentare periodi diversi nella carriera di Schlingensief: Menu totale (1985/86), (Egomania) 1986, Trilogia dalla Germania con 100 anni di Adolf Hitler (1988 / 89), Il Chainsaw Massacre del 1990 e del 1991-1992 Terror 2000 e poi il suo penultimo film United Trash del 1995/96.
Una selezione di film che ben spiega l’immaginario cinematografico dell’artista.

Christoph Schlingensief, "Church of Fear...", German Pavilion, Biennale di Venezia 2011,Foto: (c) Roman Mensing, artdoc.de
Nei primi anni 1980 Schlingensief sviluppò uno stile individuale, estremo, forte, consapevole dell’estetica trash dei b-movie delle arti visive. Pur essendo ben accolto nel contesto dell’arte, la sua opera cinematografica per lungo tempo è rimasta periferica, eppure nella sua critica radicale della società per molti versi Schlingensief si rivela profetico della nostra memoria culturale. La seconda ala del padiglione accoglie invece l’ultimo e più importante progetto di Schlingensief, la sua visione di un villaggio in Africa. Questo progetto sociale al quale si è dedicato fino alla sua morte con tutta la sua forza e devozione sorge vicino a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, ed è stato creato nel 2010.
Il villaggio si chiama Remdoogo e presenta una scuola di cinema e di musica, laboratori e magazzini, residenze e camere dedicate all’ospitalità, mensa,uffici, bar, un campo di calcio, un ristorante, un ospedale, una sala da te e sala prove.
Il villaggio dovrebbe essere un luogo per imparare, dove i bambini, gli adolescenti e gli adulti possano sviluppare le loro capacità musicali e artistiche, un luogo dove i giovani del Burkina Faso possano mettere alla prova la loro voglia di sperimentazione e la loro curiosità. Prendendo spunto dal significato di scultura sociale di Beuys, qui si fondono arte e vita.
Tra materiale fotografico e documentazioni varie dedicate al villaggio, nel Padiglione si può vedere anche un estratto di Via Intolleranza II, il lavoro in cui Christoph Schlingensief esprime più chiaramente la sua preoccupazione per l’Africa da un lato e la sua capacità di auto-interrogazione e di autocritica dall’altro. Ne risulta una miscela complessa di visione e di fallimento, di conflitto tra l’intolleranza occidentale e il tentativo di un incontro paritario.

Christoph Schlingensief, "Church of Fear...", German Pavilion, Biennale di Venezia 2011 Foto: (c) Roman Mensing, artdoc.de

Christoph Schlingensief, "Church of Fear...", German Pavilion, Biennale di Venezia 2011, Foto: (c) Roman Mensing, artdoc.de
I FILM

Eine Kirche der Angst vor dem Fremden in mir, Aufführung Ruhrtriennale, September 2008 (c) David Baltzer/bildbuehne.de
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