E’ stata scelta l’ultima opera di Ingmar Bergman, “Sarabanda”. Sarà la sua rappresentazione – in prima assoluta sulle scene italiane – il momento centrale della 65a “Festa del teatro” di San Miniato. Quest’allestimento è frutto della coproduzione tra lo stabile “Metastasio” della Toscana e la fondazione “Dramma popolare”, nata nel 1947 dal fervore di un gruppo d’intellettuali del borgo pisano che, nel clima inevitabilmente turbato del secondo dopoguerra, decisero di dare vita a un progetto culturale d’ispirazione cristiana: le due realtà hanno firmato un accordo triennale.
Il cammino è iniziato nel 1947 con “La maschera e la grazia”, omaggio all’attore pagano Genesio folgorato dalla fede mentre recitava. Il definitivo successo del cartellone arrivò con “Assassinio nella cattedrale” “firmato” da Giorgio Strehler. E in questi 13 lustri hanno operato a San Miniato, fra gli altri, Luigi Squarzina, Sandro Bolchi e Krzysztof Zanussi. Proposto anche il dramma “Giobbe” che il futuro papa Giovanni Paolo II scrisse quando aveva vent’anni. Sotto i riflettori, fra gli altri, Giulio Bosetti, Ernesto Calindri, Rossella Falk, Arnoldo Foà, Carla Fracci, Nando Gazzolo, Giancarlo Giannini, Remo Girone, Gastone Moschin, Ave Ninchi, Ilaria Occhini e Mario Scaccia. A cimentarsi con quello che è stato definito “il capolavoro degli addii” del maestro svedese saranno, diretti da Massimo Luconi, Giuliana Lojodice, Massimo De Francovich, Luca Lazzareschi e Clio Cipolletta. In questo spietato affresco delle relazioni parentali tra sentimenti, rimpianti, rimorsi e rancori, si trovano tutti i temi (il mistero, la vita, la morte e la ricerca di Dio) considerati maggiormente importanti dall’autore di “Scene di un matrimonio” di cui “Sarabanda” (la cui prima versione è stata un film per la televisione) è i
l seguito. I personaggi – più maturi e più acuti, ma probabilmente anche più crudeli – si confrontano dopo trent’anni soffermandosi sul tormentato rapporto tra genitori e figli fra indifferenza e attaccamento morboso, ma anche sul dolore che deriva dalla mancanza d’amore, e che suscita una disperata ricerca d’affetto, e sulla solitudine che caratterizza la società moderna. Il debutto è previsto il 22 luglio alle 21.30 in piazza Duomo con repliche sino a mercoledì 27.
Sempre in questo luogo si aprirà la rassegna il 6 luglio alle 21.30 con l’allestimento, curato da Guido Corti, “Le Jongleur de Notre Dame”. Un’altra prima nazionale basata su una leggenda medioevale francese. Protagonisti l’ensemble “Anima mundi” e la banda di fiati della scuola di musica di Fiesole, verrà raccontata la storia di un giullare che chiede ospitalità a un’abbazia i cui frati onorano la Vergine con le arti in cui eccellono. Il giovane si sente umiliato perché non ha nulla da dedicare alla Madonna, finché un giorno riveste l’antico costume e davanti all’altare danza e canta vecchie melodie popolari. Sorpreso dai monaci scandalizzati, quando sta per essere energicamente fermato, avviene il miracolo: la statua mariana si anima, ricorda ai religiosi che tutti i doni fatti col cuore le sono graditi, e invita il menestrello a tornare nel mondo
per regalare sorrisi alla gente. Ma in realtà già lunedì 4 alle 17 a palazzo Grifoni si terrà il convegno “Il metodo mimico di Orazio Costa” moderato dal direttore artistico del festival, Salvatore Ciulla, e con interventi del regista Pino Manzari e di Marco Giorgetti che guida il teatro fiorentino della Pergola. Invece all’auditorium “San Martino”, sempre con inizio alle 21.30, ecco gli altri spettacoli: dapprima, venerdì 8, “Chàris” con Enrico
Falaschi e Cristiano Minelli al contrabbasso che punteranno l’indice contro l’attuale momento dove la paura e l’egoismo sono diventati i dominatori delle vite quotidiane delle persone.
Poi, lunedì 11, sarà la volta di “Qohélet” con Antonio Zanoletti che si cimenterà con le pagine dell’Ecclesiaste, mentre mercoledì 13 toccherà a “Il re David”, altra prima nazionale presentata dalla compagnia israeliana “Gili Shanit” che analizzerà questo personaggio da un punto di vista storico, biblico e psicologico. Due giorni più tardi, il 15 luglio, “Sacrum Facere” con Katia Frese e Andrea Giuntini: Mathias Grunewald, autore della crocefissione del polittico dell’altare di Isenheim, è alla fine dei suoi giorni e parla al Gesù-Uomo che sapeva di essere condannato come volevano le scritture. Conclusione il 18 con “Le ultime sette parole di Cristo”: sotto i riflettori Giovanni Scifoni e i musicisti Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli che spazieranno tra fede, ateismo e superstizione parlando, con ironia, di temi e personaggi della spiritualità. (Marco Fornara)
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