L’Iraq avrò un padiglione nazionale alla 54ma esposizone internazionale della Biennale di Venezia , visitabile alla Gervasuti Foundation (Fondamenta Sant’ Anna – Via Garibaldi tra i Giardini e l’Arsenale) dal 4 giugno al 27 novembre. Commissario: Ali Assaf, co-commissario: Vittorio Urbani; curatore: Mary Angela Schroth. Informazioni: www.pavilionofiraq.org
L’arte non è mai neutrale, e chi crede che viva in un pianeta diverso da questo, non comprende gli artisti. E’ quando si vive male che l’arte diventa urgenza, ed è nella guerra o nell’esilio, come quello conosciuto da tanti artisti iracheni negli ultimi anni, che la creatività trova appieno il senso del suo esistere. Dopo 35 anni gli artisti iracheni si riaffacciano alla Biennale di Venezia in un padiglione nazionale, se non è un evento questo.
“Gli artisti iracheni contemporanei non hanno mai avuto la possibilità di presentare il loro lavoro per un padiglione iracheno alla Biennale di Venezia; la prima e ultima rilevante comparsa, nel 1976, ha mostrato solo alcuni dei loro artisti “moderni”. Il padiglione dell’Iraq del 2011 vuole presentare al mondo una stimolante selezione di 6 artisti da due generazioni, che comprendono diverse discipline artistiche: pittura, performance, video, fotografia e installazione”, così Ali Assaf, commissario per il Padiglione dell’Iraq 2011 nel sintetizzare una proposta dalla valenza simbolica straordinaria e che nel tema scelto “Acqua ferita”, aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. Ci dice che più della guerra, più del terrorismo, la carenza di risorse idriche è un’emergenza colossale: in Iraq e non solo.
L’idea di portare a Venezia un padiglione nazionale ha cominciato a prendere forma nel 2004 (la guerra era tornata da un anno) e storicamente avviene in un periodo di rinnovamento, dopo oltre 30 anni di conflitti ed una pace che tutti vogliono credere dietro l’uscio. Ma questo è un altro capitolo.
Sei gli artisti ospitati, tutti di fama internazionale, tutti ricacciati all’estero dalle vicende storiche. Rappresentano due generazioni: la prima, nata nei primi anni ‘50, ha vissuto sia l’instabilità politica sia la ricchezza culturale di quella fase. Ali Assaf, Azad Nanakeli e Walid Siti sono cresciuti negli anni ‘70, durante il periodo in cui si afferma il socialismo politico, che ha segnato la loro formazione. La seconda generazione, rappresentata da Adel Abidin, Ahmed Alsoudani e Halim Al Karim, è cresciuta invece nel corso della guerra Iran-Iraq (1980-1988), una generazione che ha vissuto l’invasione del Kuwait, la schiacciante sanzione economica delle Nazioni Unite e il successivo isolamento artistico. Hanno lasciato il paese prima dell’invasione del 2003, hanno trovato rifugio in Europa e negli USA, sono stati fortunati e capaci. Un filo tenace che parte dalle radici irachene e si globalizza è ciò che accomuna i sei artisti, tutti chiamati ad eseguire opere in situ ispirate sia allo spazio Gervasuti Foundation sia alla tematica dell’acqua. Nell’ambito della mostra sarà inoltre proiettato un documentario di Rasheed Oday a cura di Rijin Sahakian sulla vita di alcuni giovani artisti che vivono e lavorano in Iraq.
Il padiglione è stato realizzato grazie a Shwan I. Taha e Reem Shather-Kubba / “patrons committee”, con il contributo di privati ed enti pubblici, Ambasciata della Repubblica dell’Iraq e il supporto dell’Arab Fund for Arts and Culture, Hussain Ali Al-Hariri, Nemir & Nada Kirdar e Ali Al Husry. Patron Onorario è l’architetto Zaha Hadid, la progettista del MAXXI di Roma.
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