La settimana in tv. Promossi e bocciati

Il calcio ha in sé una non scontata ma evidente peculiarità di prestarsi al genere del racconto epico: il gioco del pallone ha in sé [...]

Il calcio ha in sé una non scontata ma evidente peculiarità di prestarsi al genere del racconto epico: il gioco del pallone ha in sé tutte le caratteristiche dell’epopea, il sacrificio, il talento, la fatica, ma anche la certezza che ci saranno un vincitore ed un vinto, entrambi uniti dalle lacrime, che però per uno saranno di gioia, per l’altro di disperazione. Il calcio, più di ogni altro sport, proprio perché coinvolge trasversalmente folle di genti in tutte le parti del mondo, è spesso metafora della vita, con in sé un insegnamento forte, ancestrale: bisogna essere capaci di vincere, altresì di perdere, nel rispetto dell’avversario. Volendo “esagerare” questa metafora ha qualcosa a che vedere con la campagna elettorale che abbiamo appena vissuto. Vediamo, come la televisione ha raccontato, in primis la Finalissima di Champions League e poi due passaggi chiave della campagna elettorale e del periodo storico in cui siamo immersi – dal punto di vista mediatico -.

 

LA FINALISSIMA DI CHAMPIONS LEAGUE  -  IN

L’epopea si è realizzata: la squadra dei Blaugrana, il Barcellona ha dominato l’intero match e vinto dimostrando di essere la squadra più bella e forte del mondo. La platea televisiva si è ritrovata a guardare la partita come si guarda ad un evento – quale era – e i numeri d’ascolto sono stati impressionanti. Su Raiuno la serata è stata vinta proprio dal match e gran parte degli abbonati di Sky l’hanno seguita nelle varie offerte: in alta definizione, ma anche in 3D. Il dinamismo delle riprese, certi dettagli sui primi piani, e anche i rallenty – ad esempio quello sull’espressione di Leo Messi, quando ha siglato il secondo gol, il suo 53esimo in questa stagione, rendevano appieno il senso del perché certe serate di calcio siano incancellabili e si sposino perfettamente con il mezzo televisivo. I calciatori ormai hanno imparato a dialogare in campo con le telecamere e sempre più spesso le vanno a cercare per esultare, per guardarci “dentro”. Il tempio dello Stadio di Wembley ha raccontato, anche attraverso le inquadrature aeree un pezzo di storia di sport, le lacrime degli sconfitti sapevano di rassegnazione, ma anche di una resa nei confronti di un avversario decisamente più forte: le lacrime di Rooney, colonna del Manchester United sapevano di amara consapevolezza, ma anche di onorabile rassegnazione. Il gioco stesso del Barcellona si presta alle riprese calcistiche: la fitta trama con la palla al piede diventa per il regista che dà gli stacchi meravigliosa occasione di scrittura ritmica e armonica.

 

L’ESPRESSIONE CORRUCCIATA DI BERLUSCONI A PORTA A PORTA  – OUT

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mercoledì sera è stato il protagonista della puntata di Porta a Porta e non è stato il Berlusconi comunicatore di sempre. Mi riferisco a ciò che lo ha reso l’uomo sostenuto e amato da una moltitudine di italiani ormai da quasi vent’anni: Silvio Berlusconi è stato sempre l’”uomo del sogno italiano”, quello che vede positivo, che dà la speranza, che fa credere, anche nella più disperata delle situazioni – ultimo nell’elenco la performance di Lampedusa –; Berlusconi è l’uomo che sorride alla vita e che, in modo personalistico, trova e dà le soluzioni ai cittadini – ripensiamo a L’Aquila ad esempio-. Da Bruno Vespa non c’era nulla di tutto ciò: c’era un’espressione torta, contrita, buia; le mani strette davanti a sé; al posto delle consuete e rassicuranti espressioni volte all’ottimismo e alla fiducia incondizionata è passato ai toni dell’attacco agli elettori stessi “chi vota a sinistra è senza cervello”. Il popolo che ha seguito e “venerato” il comunicatore Silvio non si aspetta questo, e, proprio lui che ha dettato le regole della comunicazione, ne sembra imprigionato in queste ultimissime uscite (mi riferisco anche alle interviste a Tg1, Tg2, Tg4, Tg5 e Studio Aperto della scorsa settimana). Sembra vittima della sua stessa magistrale costruzione prossemica: ma lui, senza sorriso smagliante, non è più lui e la televisione, come proprio lui ci ha insegnato, in questo non perdona. Svela più delle parole.

 

L’INVITO ALLA TOLLERANZA DI AUGUSTO MINZOLINI      -      OUT/–IN

Proprio relativamente alle interviste rilasciate ai telegiornali dal premier – per cui l’Agcom ha inflitto severe multe per il non rispetto della Par condicio- si è parlato molto, con i toni – aggressivi e polemici – più volte “denunciati” della tv. Vorrei riprendere alcune parole del direttore del Tg1 Augusto Minzolini, contenute nell’editoriale trasmesso venerdì 27 maggio all’interno del Tg1 delle 20.00 “Non avrei voluto parlare questa sera, ma nei confronti della redattrice che ha realizzato l’intervista a Berlusconi sono state inflitte delle vere manganellate mediatiche […]. …Non ho nemmeno stigmatizzato il fatto che qualche pseudosacerdote dell’informazione avesse eletto a rango di icona antimafia un mezzo cialtrone come Massimo Ciancimino che per mesi e mesi ha preso in giro i media italiani con bugie e pseudo rivelazioni solo per salvare il patrimonio familiare messo insieme all’ombra delle cosche…”. Chiaramente in queste parole c’è un attacco diretto a Michele Santoro -“pseudosacerdote dell’informazione”- Siamo sempre alle solite: il mezzo pubblico diventa il luogo in cui ci si scambiano accuse (questo vale per lo stesso Santoro quando “umilia” la redattrice del Tg1). Tutti convinti di essere nel giusto e di avere diritto e facoltà di fare del sevizio pubblico uso “civilmente” personalistico. Conduttori, direttori di testata si sentono padroni unici del mezzo e questo non funziona, non dovrebbe essere così. Minzolini poi continua con un’affermazione interessante (forse usata strumentalmente?) ma che, scevra da tutto potrebbe e dovrebbe essere il Come da cui ripartire per un’informazione vera e al servizio del telespettatore “Se si vuole salvaguardare il pluralismo in questo Paese si deve essere tolleranti. La ricchezza di posizioni è un bene, non è un male. L’importante è che queste siano espresse sempre con il dovuto rispetto verso chi non la pensa come noi”. Nel rispetto delle regole, aggiungerei anche. Come accade nel calcio. (Erika Brenna)

© Riproduzione riservata

Leggi anche...

Tag