Ceramiche, utensili, vetri e anche un misterioso sigillo, quello con balestra di Pierucule De Mathei, risalente alla fine del ‘300. Questo e altro si potrà ammirarlo nella mostra “Sotto le tavole dei Malatesta. Testimonianze archeologiche dalla rocca di Montefiore Conca” che sarà visitabile nel castello del borgo romagnolo dall’11 giugno 2011 al 24 giugno del prossimo anno.
Gli scavi effettuati nella fortezza del paese dell’entroterra riminese hanno portato alla luce, oltre a una serie di ambienti di servizio quali cucine, magazzini e stalle in uso fra il Trecento e il Cinquecento, alcune “fosse da butto” realizzate alla metà del secolo XIV vicino alla cisterna e ai depositi. L’importanza del ritrovamento è data da quanto riempiva queste camere. In esse era infatti gettato tutto ciò che era giudicato “rifiuto”: dai resti dei pasti alle ceramiche, dagli attrezzi da lavoro rotti o non più utilizzati come pesi da bilancia, falcetti e roncole, ai vetri di bottiglia e ai bicchieri. Materiale che, opportunamente restaurato, è ora il protagonista dell’iniziativa curata da Simone Biondi, Annalisa Pozzi e Chiara Cesaretti, e promossa dal Comune e dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna con la collaborazione di quella per i beni architettonici e per il paesaggio di Ravenna.
L’allestimento si svilupperà su due livelli. Al primo piano saranno esposti innanzitutto i reperti in vetro e metallo. Tra i primi, numerosi contenitori per acqua e vino come le bottiglie tenute in dispensa o usate sulle tavole, i bicchieri e i calici in parte prodotti a Murano a partire dal ’500. E poi ecco diversi orinali con cui i medici analizzavano lo stato di salute degli abitanti del maniero, una preziosa coppa in lattimo (vetro ricco di stagno) e alcuni tipici oggetti per la toeletta femminile, come bottigliette e fiale per i profumi e gli olii da corpo. E ancora: le monete coniate nelle zecche di Bologna, Lucca, Firenze e Siena che documentano i commerci fra Montefiore e questi centri, e gli stucchi che ornavano i saloni e le stanze del complesso. Le attività lavorative saranno illustrate da strumenti come roncole, picozze e pesi da bilancia, mentre alla cerchia domestica rimanderanno gli oggetti per il cucito tipo gli spilli in bronzo e i ditali. La sfera privata più intima si rivelerà invece nella cosmesi e nella cura del corpo, con i pettini in osso, i monili in bronzo e le fibbie per cinture e calzature. Senza dimenticare il sigillo di De Mathei: l’iconografia dell’arma farebbe pensare a una funzione politica e militare del titolare e trova confronti in una matrice conservata nel museo del Bargello di Firenze, appartenente agli ufficiali dei balestrieri della comunità cittadina.
Al secondo piano verranno raccolte le ceramiche, comprese quelle da mensa. Il percorso si aprirà cronologicamente con la ricostruzione di una tavola del 1300 con le maioliche arcaiche, i boccali in zaffera e le ceramiche graffite padane prodotte a Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini e Pesaro. Alcune riportano gli stemmi delle famiglie che hanno vissuto nel tempo nella dimora: fra questi, un boccale in maiolica arcaica con il simbolo dei Malatesta, caricato dallo scudo con tre bande a scacchi quale allusione al “gioco della guerra”. Né mancheranno opere d’importazione, come l’olla da farmacia di pregiata fattura che ha visto la luce a Firenze agli inizi del ’400, e i tegami da fuoco o invetriati che in cucina servivano per la preparazione e la conservazione dei cibi. La mostra proseguirà nel segno di ciotole, piatti e scodelle quattrocentesche: è proprio dalla metà di questo secolo che iniziò ad affermarsi il servizio da tavola, inteso come corredo decorato in modo omogeneo e che metteva a disposizione di ogni singolo commensale tutto l’occorrente. Caratteristici di questo periodo sono il grande boccale con le mani che si stringono, accompagnate dalla scritta “fides” che rientra nella simbologia di corte del tempo quale augurio d’amore e di fedeltà, e i due pezzi in graffita rinascimentale con il ritratto femminile di profilo e a fronte rasata, emblematico della moda di quegli anni. Sono al contrario di fine ’400 le maioliche “alla porcellana” arricchite con motivi vegetali blu su smalto bianco, a imitazione di quelle persiane e orientali. Datano infine ai primi del ’500 le due “star” dell’esposizione: una coppia di piatti in maiolica istoriata che facevano probabilmente parte di un più ampio ciclo di oggetti da parata, oggi purtroppo andato perso. Raffigurate scene a tema erotico e allegorico, un satiro a pesca e una donna nuda legata a un albero, che rimanda forse al mito di Andromeda. (Marco Fornara)
© Riproduzione riservata








