Cercasi capelli, barbe e baffi per le statue del Sacro monte di Varallo

AAA cercasi disperatamente capelli lunghi più di quaranta centimetri, non tinti artificialmente, né decolorati, e code e criniere di cavallo. In passato si è andati [...]

AAA cercasi disperatamente capelli lunghi più di quaranta centimetri, non tinti artificialmente, né decolorati, e code e criniere di cavallo. In passato si è andati anche a caccia di barbe. Tutto ciò per consentire il restauro delle statue del Sacro monte di Varallo, in provincia di Vercelli. Il rischio, altrimenti, è che diventino calve. L’originale appello è stato rilanciato recentemente dall’amministrazione dell’ente valsesiano. Alcuni anni fa un primo invito aveva prodotto un buon numero di donazioni. Ma ora le scorte si sono sensibilmente assottigliate. Anche se probabilmente pochi lo sanno, delle ottocento statue a grandezza naturale che popolano la “Nuova Gerusalemme”, la gran parte ha capelli, barbe e baffi veri. Le capigliature sono nere, bionde, rosse, grigie, lisce e arricciate a seconda dei personaggi. Le barbe nella maggior parte dei casi sono invece pepe e sale.

Cappella Pietà

Lungo il percorso religioso e artistico s’incontrano, per esempio, Maria Maddalena che, con i suoi lunghi capelli biondi, asciuga i piedi a Cristo; Barabba con la barba rossa; e san Giuseppe con le ciocche imbiancate e diradate. Poi i cavalli, anch’essi creati con criniere e code naturali. L’umidità e la “passione” degli uccellini del vicino bosco per queste materie da loro usate per costruire i nidi rendono indispensabili degli interventi periodici. “E’ un tipo di restauro piuttosto insolito e non facile: un tempo si faceva a gara – ha dichiarato Elena De Filippis, la direttrice del Sacro monte – per donare i capelli per i manufatti. Vi giungevano chiome come conseguenza delle tonsure delle novizie, altre per ex voto. Oggi, al contrario, è un gesto raro. E le capigliature disponibili sul mercato, oltre che costose, hanno colori e acconciature che risentono della moda contemporanea, mentre il recupero corretto delle statue necessita del rispetto delle fisionomie originali delle figure. Capelli “sbagliati” possono alterarle o confonderle. Per altro, ci siamo accorti che, proprio per arricchire capigliature impoverite senza stravolgerne l’acconciatura, qualche chioma era stata infoltita nei secoli scorsi con soluzioni innovative che hanno precorso le moderne “extension”. Erano state aggiunte, in particolare, ciocche più lunghe”. Fu nell’Ottocento che, di fronte allo spettacolo desolante di barbe e capelli sudici e radi, si decise di sostituirne un buon numero. Ma si fece ricorso al crine di cavallo, più facile da reperire. Lo si acquistò rigorosamente pulito e sterilizzato dalle ditte che lo 

Cappella 4

fornivano per le imbottiture dei materassi, mentre nei più recenti restauri degli anni Sessanta e Settanta le chiome degli apostoli dell’”Ultima cena” arrivarono da parrucchieri teatrali in materiale sintetico e, soprattutto, sistemate nello stile di quel periodo. Così Cristo e i suoi discepoli sono singolarmente simili ai protagonisti del musical “Jesus Christ Superstar”, ma molto lontani dall’immagine iniziale. Ma com’erano i capelli in antico? Due statue seicentesche della cappella della Pietà hanno ancora gli originali, in parte integrati con ciocche in crine. Segno che allora si usavano capigliature mirate a rendere i personaggi più naturali possibile, simili alle persone. Un modo per favorire l’immedesimazione dei pellegrini. E le fotografie più vecchie, degli ultimi due decenni del secolo XIX, sono state scattate dall’etnologo inglese Samuel Butler, e dal famoso studio Alinari di Firenze che inviò dei professionisti ad immortalare il complesso dopo che nove cappelle nel 1884 erano state dichiarate monumento nazionale. Gli scatti sembrano confermare quanto vediamo oggi, rivelando capigliature in crine, forse appena sostituite, e capelli umani.

 

E oggi, non avendo esatte documentazioni su foggia e pettinatura delle opere – ha concluso – stiamo puntando sulle capigliature che avevano a fine ’800. Escludiamo quelle sintetiche, troppo sfacciatamente lontane dalla naturalità cui tendevano gli artisti che hanno creato questo magico luogo”. Chi raccoglierà l’invito avrà la soddisfazione di vedere una piccola parte di sé entrare in questa meravigliosa sacra rappresentazione, un tesoro di fede e di arte che l’Unesco ha riconosciuto tra i patrimoni dell’umanità. (Marco Fornara)

 

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