Daniele Piombi. “La televisione? Sa essere imbarazzante ma non dispero”

“Guardi che sono perfettamente consapevole che il mondo mi dà torto. E non gli vado contro. Anzi, se vuole recito anche il mea culpa, lo [...]

Guardi che sono perfettamente consapevole che il mondo mi dà torto. E non gli vado contro. Anzi, se vuole recito anche il mea culpa, lo ammetto il web è pieno di risorse interessanti, penso a Wikipedia ad esempio, ma permettetemi di dire che preferisco affidarmi alla Treccani. Sì, sono uno che ama ancora il gesto dello sfogliare, siano libri o giornali, sarà per questo che non ho mai voluto trovare il tempo per imparare a navigare”.

Daniele Piombi irrompe nella conversazione come un fiume al disgelo: colmo ma non irruento, d’altronde non sarebbe nel suo stile né lesinare le parole, né usarne troppe. La misura, ecco cosa questo monumento della televisione italiana rappresenta. La misura, in un mondo diventato sguaiato. “Così fate cultura sul web, bello, interessante. – prosegue – Però, per cortesia, questa intervista me la invii per fax. Certo, mia figlia e la mia segretaria mi segnalano sempre le cose interessanti che si trovano in Internet… massì, in fondo sono anch’io un navigatore, per interposta persona”.

Non credevamo di dover cominciare parlando di Rete, con Daniele Piombi è un altro media che stravince, e non potrebbe essere diversamente considerando il mezzo secolo di “mestiere” che il presentatore ha da raccontarci. E dire che 53 anni fa, al momento del suo primo provino in Rai, un dirigente arrivò a commiatarlo dicendo che in tv non avrebbe avuto alcuna fortuna. E infatti il giovane Piombi fresco di  laurea in Scienze Politiche conseguita a Firenze, un anno dopo presentò il suo primo programma, modernissimo. Si chiamava Viaggiare ed era firmato da Bruno Ambrosi: trentanove puntate che andavano in onda il lunedì, appena dopo il film, sull’unico canale Rai. Un viaggio ininterrotto alla scoperta del Bel Paese, come tanti – ma anni dopo -,  ne avremmo visti passare sul piccolo schermo. Negli anni seguenti programmi e viaggi s’inseguiranno, decine i “grandi eventi” presentati: due Sanremo alcuni Cantagiro sotto l’ala protettrice di mamma Rai e poi, dagli anni ’70 – ‘80 le esperienza nelle televisioni “libere”, Piombi fu uno dei primi nomi di peso a comprendere forza e potenzialità delle nuove tv.

DT – Lei delle televisione italiana ha praticamente monitorato tutti i mutamenti, dagli anni ’60 ad oggi. Un monitoraggio che ancora continua, con il Premio regia televisiva, quello che tutti chiamano Oscar della Tv e che lo scorso marzo è stato assegnato all’Ariston di Sanremo. Le sembrerà banale ma la prima domanda è d’obbligo, quanto è cambiata la televisione intanto?

DP – Siamo noi ad essere cambiati, questa è la differenza principale, il mondo è molto più complesso di allora. Ed ovviamente è cambiato il mezzo, con una serie di rivoluzioni, prima arrivarono le televisioni libere, quelle che nacquero come “tv pirata” che portarono ad un primo moltiplicarsi dell’offerta, moltiplicazione che è continuata col satellite e il digitale e poi la Rete, oggi la televisione interloquisce con Internet e questo è qualcosa da considerare e approfondire. Facevamo programmi da 20 milioni di telespettatori, cosa che oggi sarebbe un sogno…

DT -  A proposito di quei programmi da 20 milioni di spettatori. Non avevano concorrenza, ma proprio per questo avrebbero potuto permettersi tutto: invece oggi ne rimpiangiamo la qualità, a partire proprio dalle persone che li facevano, e che si ponevano al pubblico con garbo ed educazione. Quando il presentatore esordiva col suo signori e signore, dall’altra parte davvero ci si sentiva tutti signori e signore…

DP – E’ vero, ma fa parte di quei cambiamenti di cui sopra, l’eleganza, il gusto di allora sono spariti, quei programmi a cui accennavo erano diretti da gente come Falqui o Molinari. E dove sono i Garinei e Giovannini, i Terzoli e Vaime ? Gente che sullo schermo portava i Gassman e gli Albertazzi. Oggi negli show  troviamo i riciclati dei reality che hanno poco da dire e meno sanno fare. Ma parliamo di un tempo in cui c’era ancora il Cantagiro. Lei s’immagina qualcosa di simile oggi, le macchine scoperte a spasso per l’Italia con i cantanti che salutano e la folla che impazzisce? Non sarebbe più possibile. I reduci dalle varie “isole” o dai vari “grandi fratelli” loro sì che sono ricercatissimi, collezionano serate su serate in discoteca, ma a fare cosa? A raccontare cosa?

DT – Lei ha in mente una tv popolare ma educata e di qualità…è giusta la definizione?

DP – Tutto sommato sì. Quando c’era Barnabei negli studi Rai era un’irruzione continua, arrivava e ci raccomandava di usare parole semplici “dall’altra parte i laureati che vi seguono sono pochi”. Era rispetto per il pubblico. Su questa vicenda vinsi anche una scommessa con Enzo Tortora…

DT – Racconti…

DP – Sì, ma non vorrei passare per un nostalgico anche se un po’ – e forse non un po’ – lo sono…

DT – Racconti

DP – Tortora fu il primo in televisione ad adoperare la parola anacoreta. Qualche giorno dopo avemmo modo d’incontrarci al ristorante ed io scherzosamente lo ripresi, gli dissi: “Ti pare il caso di usare quel termine, chi vuoi che sappia chi è un anacoreta”. Per farla breve ne nacque una scommessa, uscimmo dal ristorante e chiedemmo a dieci persone il significato del termine, uno solo indovinò, ed io vinsi la scommessa…

DT – Tuttavia la ricercatezza di Tortora non era offensiva, era evidente che non era voluta, e che lui era proprio così …

DP – E infatti, c’era una grande naturalezza in lui. Oggi c’è Paolo Bonolis che usa un po’ il suo stile, nel senso che adopera  un linguaggio molto ricercato, ma al contrario di Tortora l’effetto non è naturale, c’è un senso di raccogliticcio, di quello che la sera prima trova un termine che gli piace e se lo appunta per adoperarlo l’indomani.

DT –  Eccoci alla tv di oggi, il Premio regia televisiva le consente di tenere il polso della situazione, il quadro dell’offerta le è chiaro, cosa vorrebbe ritrovarvi l’anno prossimo, e cosa no?

DP – Sono anni che mi auguro di trovare al premio delle novità, vorrei che non vincessero sempre i soliti Ricci (Striscia sarà 20 anni che vince) o la solita Prova del cuoco. E’ la ripetitività che trovo insopportabile e certo non è colpa dell’Accademia che assegna i premi, formata da fior di professionisti e presieduta da uno che della televisione conosce tutto, compreso i misteri, come Gigi Vesigna. Oggi amo programmi come la Grande storia e La storia siamo noi,  ammiro incondizionatamente il coraggio di Milena Gabanelli, e la tv di servizio, come Chi l’ha visto che davvero è una trasmissione utile. Mi piacciono pure certe fiction, che trovo fatte davvero bene. Oppure il teatro in tv, come l’esperimento condotto da Massimo Ranieri, che ha riportato Eduardo sul piccolo schermo dopo anni di assenza, e non a caso ha vinto l’Oscar tv.  Per la categoria varietà? Apprezzo Ballando con le stelle, che non è più una novità ma che trovo elegante e ben fatto.

DT - La sua ricerca del nuovo non sembra affatto provenire da un nostalgico, vede qualcosa di diverso all’orizzonte?

DP – Mi viene in mente il programma di Geppy Cucciari su La7, anche lì non siamo nel campo della novità assoluta, ma lei è simpatica, è brava. Certo la trasmissione non sempre le riesce, ma questo dipende anche dagli ospiti…

DT – Concludendo, lei, come uno dei padri della televisione italiana, si sente tradito ?

DP – Nonostante le mie lunghe esperienze nelle televisioni commerciali io sono stato e resto un figlio della Rai. Guardo la tv con occhio critico ma con grande affetto, soprattutto verso i programmi Rai. I tentativi d’innovazione ci sono, a volte sortiscono effetti imbarazzanti – e qui volutamente non faccio nomi – ma altre volte sembrano aprire nuove strade. Vedremo, io non dispero…

(Antonella Durazzo)

 

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