Un excursus nel panorama italiano dell’Ottocento e del Novecento. E’ quanto propone la mostra “150 anni d’arte. Da Fattori a Fontana” visitabile alle scuderie del castello di Miramare a Trieste sino al 28 agosto. L’iniziativa, allestita in occasione dei festeggiamenti per il secolo e mezzo dell’Unità della penisola, presenta 120 opere di maestri quali Giovanni Boldini (sotto i riflettori anche il suo olio su tela “Donne a Venezia”), Giuseppe De Nittis (l’olio su tela “Trafalgar Square”), Giovanni Fattori (l’olio su tela “La fascinaia”), Angelo Morbelli, Giacomo Balla, Enrico Baj, Massimo Campigli, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi, Ottone Rosai, Mario Sironi, Piero Manzoni, Ennio Morlotti e Lucio Fontana. I loro capolavori consentono di tracciare un percorso delle principali correnti che si sono formate nel corso degli ultimi 15 decenni.
L’esposizione è promossa dall’associazione culturale “Galatea Arte” in collaborazione con la Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli Venezia Giulia. Al pari della storia della nazione, che ha acquistato la propria unità dopo lungo tempo, anche l’arte, inizialmente sviluppatasi in poli ben precisi come Firenze, Venezia, Roma e Milano e in svariate scuole regionali, una volta ricostruita l’identità territoriale cessò ogni distinzione locale: la cultura assunse una dimensione europea e internazionale. Spiega il curatore Roberto Alberton: “Dal Futurismo alla Metafisica di Giorgio De Chirico sino al Novecento e allo Spazialismo di Fontana, per citarne solo alcuni, il ’900 è stato indubbiamente il tempo della molteplicità dei linguaggi, in cui però si possono individuare alcuni elementi cardine. Da un lato la destrutturazione dell’immagine, cioè quel processo che da Pablo Picasso a Francis Bacon, le distorce, le frammenta e quasi le distrugge, o le svuota come lo stesso De Chirico privandole di ogni significato per giungere a un grumo essenziale di materia, nucleo-cellula primordiale che si dibatte in problematiche esistenziali. Dall’altro lato, l’astrazione, ovvero non più la rappresentazione della realtà, o i temi romantici e borghesi dell”800. Ma qualcosa di pensato che prende corpo e sostanza nelle liriche composizioni di Vasilij Kandinskij o nelle rigorose partiture di Piet Mondrian, per arrivare poi a grovigli inestricabili ed esplosioni di colori, come in Jackson Pollock, o alla pura spazialità di Fontana”.
In quegli anni si è realizzata una dicotomia tra rappresentazione del mondo reale e quella dell’immagine tra figurazione e astrazione. Se Fontana (l’idropittura su tela “Concetto spaziale – Attese” del 1964 e l’olio e graffiti su tela “Concetto spaziale” del ’65) portò a compimento la lezione astratta, De Chirico, Balla e Morandi diventarono i punti di riferimento dell’arte, non solo italiana, del ventesimo secolo. La Metafisica del pittore di Volos può essere considerata la base semantica di diverse espressioni contemporanee, e il Futurismo di cui Balla è stato uno dei protagonisti assoluti è la premessa per lo sviluppo di quei lessici segnico-informali che si sono venuti a declinare a partire dagli anni Venti-Trenta sulla scena europea. Proprio Metafisica e Futurismo sono gli antefatti su cui poggiano molti aspetti dell’arte attuale; tuttavia per Morandi, alla fine del primo decennio del ’900, il problema vero era lo spazio. Le sue famose bottiglie, che ha dipinto per tutta la vita, hanno un senso se percepite per quelle che sono veramente, ovvero degli oggetti banali che, proprio per la loro natura, non devono distogliere l’attenzione dal punto vero della sua ricerca che era la ricostruzione appunto dello spazio. Carlo Carrà è al contrario l’emblema della complessità dei linguaggi che si sono venuti ad articolare nella prima metà del secolo scorso aderendo dapprima al Futurismo di cui fu, con Umberto Boccioni e Filippo Marinetti, promotore e grandissimo interprete; e poi alla Metafisica di De Chirico e a quel Novecento di cui fu un esponente di primissimo piano accanto a Sironi.
Il percorso rende inoltre omaggio alle ricerche di Virgilio Guidi, Pietro Marussig, Umberto Lilloni e Arturo Tosi che
raccontano a vario titolo aspetti significativi della figurazione tra le due guerre. Dalle esperienze Cubiste e Informali hanno invece tratto spunto il primo Baj, Bruno Cassinari, Roberto Crippa, Antonio Corpora, Umberto Milani, Morlotti, Tancredi Parmeggiani e Giulio Turcato. Questi hanno sviluppato un loro personalissimo stile ove il colore è l’elemento determinante del quadro sino a farsi immagine. Altra figura cardine è Manzoni. Se De Chirico rende deserte e svuota le sue piazze, lui fa lo stesso, togliendo dalle sue tele proprio i colori che l’Informale aveva sparso a profusione. Li sostituisce col gesso grezzo o il caolino che viene steso sulla tela leggermente e variamente raggrinzita. La sua opera, che anticipa molti aspetti dell’arte contemporanea, è la “caccia” a una libertà assoluta, affinchè quei luoghi non siano più deserti, né frequentati da manichini, ma da sculture vive. Suo “Achrome” del 1962-3 creato con pallini di polistirolo espanso e caolino. L’itinerario si conclude idealmente con Fontana, artefice di una nuova spazialità, mediante segni, tagli e buchi, per mezzo dei quali declina lo spazio reale, fino ad allora escluso, o tutt’al più evocato nella finzione prospettica.
In mostra si potranno ammirare anche lavori, fra gli altri, di Afro Basaldella, Ermanno Besozzi, Renato Birolli, Giuseppe Capogrossi, Giacomo Conti, Vittorio Corcos, Tranquillo Cremona (l’olio su tela “Faust e Elena” del 1865-69), Gianni Dova, Giacomo Favretto, Ezio Gribaudo, Silvestro Lega, Mino Maccari, Cesare Maggi, Antonio Mancini, Gino Meloni, Pietro Mengarini, Mario Merz, Mario Nigro, Luigi Nono (l’olio su tela “In limine vitae”), Daniele Ranzoni, Alfredo Savini, Carlo Sbisà, Emilio Scanavino, Luigi Spazzapan, Aleardo Terzi, Luigi Veronesi e Federico Zandomeneghi. Info 346.2411730. (Marco Fornara)
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