Storie d’arte: 50 anni fa la “Merda d’artista”

E’ noto che quando si corre dietro a valori assoluti quasi sempre si finisce per scantonare. Si cerca il “meglio di”, “il peggio de” e [...]

E’ noto che quando si corre dietro a valori assoluti quasi sempre si finisce per scantonare. Si cerca il “meglio di”, “il peggio de” e si perde di vista la complessità delle cose. Cose che a volte non nascono complesse, ma lo diventano, è il tempo a renderle tali, le parole, la ricerca del senso che vogliamo loro dare. Come per la  Merda d’artista di Piero Manzoni, che fu “partorita” proprio 50 anni fa, di questi tempi.

Era il 21 maggio del 1961 e, citano i manuali, l’artista milanese sigillò in 90 lattine identiche le proprie feci, vi appose l’etichetta, tradotta anche in inglese, francese e tedesco, tanto per  rendere “fruibile” la conserva al pubblico internazionale, firmò ogni singola opera e la pose in vendita per l’equivalente in oro del suo peso: trenta grammi circa. Per la prima volta fu esibita alla Galleria Pescetto di Albisola Marina il 12 agosto dello stesso anno.  Manzoni morirà due anni dopo, aveva solo trent’anni e malgrado un’intensa attività, ad assicurargli la fama eterna fu proprio quella provocazione nata in un qualsiasi giorno di maggio.  Oggi la Merda d’Artista, stimata intorno al mezzo milione di euro, fa mostra di sé nei musei: dal nuovo museo del Novecento di Milano alla Tate di Londra, dal MoMa di New York al Madre di Napoli, alla piccola ma interessantissima (vale la pena vistarla) Collezione Calderara di Vacciago di Armeno, nel novarese.

Piero Manzoni Merda d'Artista numero 26, che sarà esposta dal 10 maggio al palzzo Reale di Milano nella mostra “Gli irripetibili Anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano” 1961 courtesy Fondazione Piero Manzoni, Milano © Piero Manzoni,

Furono feci premeditate? Sicuramente sì, Manzoni in quegli anni rifletteva, attraverso anche lo strumento della performance (tanto in voga oggi, ma con Manzoni siamo a 50 anni fa, è bene sottolinearlo), sul ruolo dell’artista di fronte all’opera d’arte che si svuotava di contenuti, e che andava a riferirsi unicamente a se stessa e al suo artefice.  Nascono da questa riflessioni anche il Fiato d’artista (palloncini gonfiati dall’alito di Manzoni) e il progetto del Sangue d’artista.

 

Quei barattoli, in effetti, contengono ben più di quanto dichiarato in etichetta, l’inizio di una deriva per qualcuno, e ogni caso il via di un modo “altro” d’intendere la creatività: l’arte come comunicazione. L’opera diventa d’arte anche (o soprattutto) perché se ne parla. E più se ne parla, più reazioni stimola (non importa se siano negative) maggiore è il suo pregio perché raggiunge il suo scopo, solleva punti di domanda, è insomma un’opera efficace. Come sanno quei contemporanei che hanno ben appreso la lezione, da Hirst a Cattelan. “Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”, tagliò corto l’11 giugno del 2007 l’artista e amico di Manzoni, Agostino Bonalumi, al Corriere della Sera. Ecco cosa c’era in quelle scatole di latta: gesso. Forse.

La merda d’artista come più importante opera d’arte del ‘900 italiano? L’asserzione  è un rischio che solo i buontemponi della Nonciclopedia si possono assumere, il ”non ci facciamo un bella figura” è però affermazione altrettanto estrema. E si affannano nei salotti le persone di buon senso a non liquidare semplicisticamente la faccenda, a cercare senso e profondità di vedute. Chi vuole vederci l’artista che nel “produrre” offre se stesso, o almeno una parte di sè; chi l’implicita critica all’attualità e al mondo dell’arte, che danno buona ogni banalità purchè arrivi da un nome affermato; e chi l’ironica sottolineautra all’insopportabile autoreferenzialità dell’arte. E non si esclude, scomodando Jung,  una lettura psicanalitica che supporta l’associazione tra  oro e feci.

Non sarà, semplicemente, che la Merda d’artista nasce perché l’impulso del creare, acme stesso dell’evoluzione umana, prende forma in una molteplicità di modi: da un capo creiamo arte e dall’altro… (AD)

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