E’ probabile che occorrerà aspettare mercoledì 11, giorno d’apertura del festival di Cannes, per trovare da uno dei diretti interessati conferma o smentita alla notizia che da due giorni rimbalza nel web e lanciata da Hollywood.com secondo cui Roberto Benigni avrà una parte nel nuovo film di Woody Allen, The Wrong Picture, che il regista newyorchese girerà a Roma nei prossimi mesi. Cannes c’entra perché sarà Allen col suo Midnight in Paris ad aprire ufficialmente, ma fuori concorso, la giostra festivaliera.
E visto che è di questa chi stiamo occupando, andiamo oltre segnalando la seconda tranche dei film in corsa per la Palma d’Oro. Per i primi dieci rimandiamo all’articolo pubblicato ieri.
Uno dei registi più attesi: Lars Von Trier. Per lui, Palma d’Oro nel 2000 con Dancer in the Dark e un flop nel 2009 con The Antichrist, il ritorno a Cannes con Melancholia, prima sua opera di fantascienza, più precisamente sulla fine del mondo. Con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg e Kiefer Sutherland. Nel titolo nessun riferimento alla presunta depressione del regista.
Un film che incuriosisce: Pater dello svizzero Alain Cavalier con interpreti Vincent Lindon e lo stesso regista. Cavalier e Lindon, legati da amicizia, quasi come padre e figlio si sono incontrati al bar chiedendosi se era possibile fare un film insieme. Indossando cravatta e vestito scuro hanno visto se stessi come uomini di potere. Un film che confonde la storia personale e la storia tout court. Da qui la domanda senza risposta del cinema “E’ vero o no?”
L’Apollonide – Souvernirs de la maison close, del francese Bertrand Bonello, con tra gli altri l’italianissima Jasmine Trinca. All’alba del ventesimo secolo, in un bordello di Parigi il volto di una prostituta viene sfregiato disegnandoci un sorriso tragico. Intorno alla donna che ride la vita di altre ragazze, le loro rivalità, le loro paure, le loro gioie, i loro dolori … Il mondo esterno, non si sa nulla. La casa è chiusa.
Once upon a time in Anatolia del turco Nuri Bilge Ceylan, un film “filosofico” sulla monotonia. La vita in una piccola città è simile al viaggiare nel bel mezzo della steppa: c’è la sensazione che “qualcosa di nuovo e diverso” nascerà dietro ogni collina. Ma sarà sempre qualcosa d’infallibilmente simile…
Footnote dell’israeliano Joseph Cedar. Gli Shkolnik sono ricercatori di padre in figlio, ma mentre Eliezer Shkolnik, il filologo purista e misantropo ha sempre svolto il suo lavoro con sfortuna, il figlio Uriel gode di notevoli riconoscimenti. Poi un giorno il padre riceve una telefonata: l’Accademia ha deciso di assegnargli il premio più prestigioso. Il suo desiderio di riconoscimento pubblico è arrivato al gran giorno.
Hanezu della regista giapponese Naomi Kawase, un viaggio nell’anima umana e nella sua immortalità. La regione di Asuka è la culla del Giappone. Qui, in tempi antichi, c’era chi era soddisfatto di vivere nell’attesa. L’uomo moderno, dopo aver perso questo senso di attesa, sembra incapace di essere grato al presente, e si aggrappa a l’illusione che tutte le cose si muoveranno costantemente in avanti secondo i propri piani. Nei tempi antichi, c’erano tre piccole montagne che la gente credeva fossero abitate da divinità. I monti Unebi, Miminashi, Kagu, erano la metafora della lotta che si compie all’interno del cuore ed espressione del karma umano. Si approda nel presente. Takumi e Kayoko, ereditando le speranze insoddisfatte della loro nonni, vivono la loro vita. Il loro racconto alimenta una storia di secoli, che rappresenta le innumerevoli le anime che si sono accumulate su questa terra. La parola “Hanezu” che dà il titolo al film è una tonalità di rosso, un’antica parola che compare nella raccolta di poesie dell’ottavo secolo “Man yoshu”. Si dice che il rosso è il primo colore che gli esseri umani riconoscano, viene associato al sangue, al sole, e alla fiamma. Questi tre elementi sono, a loro volta, simbolici della vita stessa. Allo stesso tempo, il rosso è un colore fragile che svanisce facilmente.
Ancora un film francese, Polisse di Maiwenn Le Besco. Conosciuta semplicemente come Maiwenn, la giovane attrice – regista è salita alla ribalta grazie al film di Luc Besson “Il quinto elemento”, tuttavia negli ultimi anni è approdata anche con successo dietro la macchina da presa. A Cannes porta il suo terzo lungometraggio Polisse, storia di una giornalista e di un gruppo di giovani che compongono una forza di polizia. Tra gli interpreti la star del rap francese Joey Starr e le attrici comiche Karin Viard e Marina Fois.
Il rumeno Radu Mihaileanu firma La sources des femmes. Lo sciopero dell’amore in un piccolo villaggio del Maghreb. A promuoverlo è Leila, una ventenne stanca per lo sfruttamento al quale vengono sottoposte le donne, costrette fare lunghi tragitti per approvvigionare d’acqua la comunità mentre gli uomini fanno nulla.
Un’opera prima, Michael film scritto e diretto dall’attore autriaco Markus Schleinzer. Dramma sulla pedofilia che ricorda il caso Kampusch che in Austria ha ancora vasta eco. Wolfgang dieci anni, viene rapito e imprigionato dal trentacinquenne Michael, il film analizza gli “ultimi cinque mesi di convivenza involontaria” dei due.
Un po’ d’azione non guasta mai. Il danese Nicolas Winding Refn firma Drive. La storia narra di un giovane dalla doppia vita: di giorno stuntman e di notte autista da rapina.
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