Salone, “1861-2011. L’Italia dei libri”, a Torino la biblioteca essenziale per 150 anni d’Italia

“Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo del 1867; poi “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi del 1880, “Cuore” di Edmondo De Amicis […]

“Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo del 1867; poi “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi del 1880, “Cuore” di Edmondo De Amicis (’86), “Myricæ” di Giovanni Pascoli (’91), “Allegria di naufragi” di Giuseppe Ungaretti (1919), “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo (’23), “Ossi di seppia” di Eugenio Montale (’25), “Gli indifferenti” di Alberto Moravia (’29), “Se questo è un uomo” di Primo Levi (’47), “Don Camillo” di Giovannino Guareschi (’48), “Il barone rampante” di Italo Calvino e  “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda (entrambi del ’57), “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (’58), “Il nome della rosa” di Umberto Eco (’80) e “Gomorra” di Roberto Saviano (2006).

Sono i 15 “superlibri” secondo la mostra “1861-2011. L’Italia dei libri” che sarà visitabile da giovedì 12 a lunedì 16 maggio al Salone del libro di Torino. I curatori hanno scelto quelli che, a loro parere, sono i testi “fondativi” su cui la nostra nazione qualche volta s’è unita e altre s’è divisa, opere che hanno rappresentato un punto fermo e un modo diverso di vedere le cose. Accanto a loro, sono stati selezionati altri 150 volumi che hanno scandito la storia d’Italia e hanno contribuito a plasmare costumi, gusti e pensieri tricolori. Non solo narrativa, ma anche fiabe, poesia, storia, divulgazione scientifica, arte, teologia, sperimentazione, umorismo, antropologia criminale, manuali di cucina, bestseller e rarità. Un elenco che si apre con “La morte civile” di Paolo Giacometti del 1862, “I miei ricordi” di Massimo D’Azeglio (’66), “Cento anni” di Giuseppe Rovani (1868-69), “Fosca” di Igino Tarchetti (’69), “Le miserie del signor Travetti” di Vittorio Bersezio (’71), “Fisiologia dell’amore” di Paolo Mantegazza (’72), “Proemio all’”Archivio glottologico italiano” di Graziadio Ascoli (’73), “Lettere meridionali” di Pasquale Villari (’75), “L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso (’76), “Postuma” di Olindo Guerrini (’77), “Fame usurpate” di Vittorio Imbriani (’77), “Milano sconosciuta” di Paolo Valera (’79), “I Malavoglia” di Giovanni Verga (’81), “Le veglie di Neri” di Renato Fucini (’82), “Senso” di Camillo Boito (’83) e “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta (’88). L’ultimo decennio dell’Ottocento è rappresentato da “Demetrio Pianelli” di Emilio De Marchi (’90), “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi (’91), “I vicerè” di Federico De Roberto (’94) e “Piccolo mondo antico” di Antonio Fogazzaro (’95).

Del 1901 è invece “Il marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana. E a seguire ecco “Una donna” di Sibila Aleramo (1907), “Poesie scritte col lapis” di Marino Moretti (’10), “I colloqui” di Guido Gozzano (’11), “Note azzurre” di Carlo Dossi (’12), “Frammenti lirici” di Clemente Rebora, “Un uomo finito” di Giovanni Papini e “Canne al vento” di Grazia Deledda (’13), “Il peccato” di Giovanni Boine e “Canti orfici” di Dino Campana (’14), “Esame di coscienza di un letterato” di Renato Serra (’15), “Trattato di sociologia generale” di Vilfredo Pareto (’16), “Con gli occhi chiusi” di Federigo Tozzi (’19), “Trucioli” di Camillo Sbarbaro e “Pesci rossi” di Emilio Cecchi (’20), “Canzoniere” di Umberto Saba e “Rubè” di Giuseppe Borgese (’21), “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti (’24), “Il talismano della felicità” di Ada Boni (’25), “Dux” di Margherita Sarfatti (’26), “La libertà” di Pietro Martinetti (’28), “Saggi critici” di Giacomo Debenedetti (’29) e “Giorni di guerra” di Giovanni Comisso,”Gente in Aspromonte” di Corrado Alvaro e “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” di Mario Praz (’30). Si spazia quindi da “L’e el dì di mort, alegher!” di Delio Tessa (’32) a “Fontamara” di Ignazio Silone del ’33 per approdare a “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi (’34), “Officina ferrarese” di Roberto Longhi (’35), “Poesie” di Vincenzo Cardarelli (’36), “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu (’38), “Nessuno torna indietro” di Alba De Céspedes (’38), “Esercizi di lettura” di Gianfranco Contini (’39), “Eretici italiani del Cinquecento” di Delio Cantimori (’39), “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli e “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati e “Lirici greci” tradotti da Salvatore Quasimodo (’40), “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (’41), “Americana” a cura di Elio Vittorini (’42) e “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi (’45).

 

Il secondo dopoguerra è stato il periodo di “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini (’46), “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo e “Artemisia” di Anna Banti (’47), “Il mondo magico” di Ernesto De Martino (’48), “La pelle” di Curzio Malaparte e “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati (’49), “A cena col commendatore (La giacca verde; Il padre degli orfani; La finestra)” di Mario Soldati, “Dietro il paesaggio” di Andrea Zanzotto e “La capanna indiana” di Attilio Bertolucci (’51) e “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” (’52). Un biennio particolarmente felice è stato considerato quello 1953-54 con sette titoli: del ’53 “Le libere donne di Magliano” di Mario Tobino, “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese, “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo e “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern (’53), e “L’italiano inutile” di Giuseppe Prezzolini, “Il dio di Roserio” di Giovanni Testori e “Il prete bello” di Goffredo Parise (’54). E dopo le “Cronache di filosofia italiana” di Eugenio Garin e “Politica e cultura” di Norberto Bobbio (’55), è la volta della cinquina del ’56: “Cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani, Prediche inutili” di Luigi Einaudi, “Una strana gioia di vivere” di Sandro Penna, “Diario notturno” di Ennio Flaiano e “Laborintus” di Edoardo Sanguineti. Tra i “top 150” anche “Il breviario dei laici” a cura di Luigi Rusca, “Viaggio in Italia” di Guido Piovene e “Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi (’57); “Il seme del piangere” di Giorgio Caproni, “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, “La fine del mondo antico” di Santo Mazzarino e “Il povero Piero” di Achille Campanile (’59); “Il paradiso della ragione” di Giovanni Macchia, “Il giusto della vita” di Mario Luzi, “Memorie di un fuoriuscito” di Gaetano Salvemini e “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola (’60); “Ferito a morte” di Raffaele La Capria (’61); “Il piatto piange” di Piero Chiara (’62); “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, “Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello, “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, “Rien va” di Tommaso Landolfi, “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg e “La scoperta dell’alfabeto” di Luigi Malerba (’63); “Hilarotragoedia” di Giorgio Manganelli, “Il male oscuro” di Giuseppe Berto e “La Califfa” di Alberto Bevilacqua (’64); “Scrittori e popolo” di Alberto Asor Rosa, “Gli strumenti umani” di Vittorio Sereni e “Mussolini il rivoluzionario” di Renzo De Felice (’65); “Le case della Vetra” di Giovanni Raboni (’66); “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani (’67); “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio (’68); “Mistero buffo” di Dario Fo e “Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano (’69); e “Cavour e il suo tempo” di Rosario Romeo (1969-84).

 

Non manca nemmeno “Fantozzi” di Paolo Villaggio (’71). Che, in ordine cronologico, precede “La donna della domenica” di Carlo Fruttero & Franco Lucentini (’72), “Corporale” di Paolo Volponi e “La Storia” di Elsa Morante (’74), “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo e “Storia critica del calcio italiano” di Gianni Brera (’75), “Porci con le ali” di Lidia Ravera e Marco Lombardo e “Il formaggio e i vermi” di Carlo Ginzburg (’76), “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo e “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta (’77), “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli (’80), “Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino (’81), “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi (’84), “Piccoli equivoci senza importanza” di Antonio Tabucchi, “Rinascimento privato” di Maria Bellonci e “Narratori delle pianure” di Gianni Celati (’85), “Danubio” di Claudio Magris (’86), “Allegro ma non troppo” di Carlo Maria Cipolla e “Le nozze di Cadmo e Armonia” di Roberto Calasso (’88), “La chimera” di Sebastiano Vassalli, “Io speriamo che me la cavo” di Marcello D’Orta e “La lunga vita di Marianna Ucria” di Dacia Maraini (’90), “Il provinciale” di Giorgio Bocca (’92), “Va’ dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro, “Varcare la soglia della speranza” di Giovanni Paolo II, “La forma dell’acqua” di Andrea Camilleri e “Oceano mare” di Alessandro Baricco (’94), “In Asia” di Tiziano Terzani (’98), “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia (2000), “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti (2001), “Io uccido” di Giorgio Faletti (2002), “Caos calmo” di Sandro Veronesi (2005), “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini (2008) e “Leopardi” di Pietro Citati (2010).

 

Ma non solo: sono stati scelti anche 15 personaggi senza i quali sarebbe impossibile raccontare l’identità italiana. Da Francesco De Sanctis a Oriana Fallaci passando attraverso Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Emilio Salgari, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, Filippo Marinetti, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, Leo Longanesi, Cesare Pavese, Indro Montanelli, Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini. A loro è dedicata un’altra sezione della mostra. (Marco Fornara)

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