Restaurato a Pordenone “San Giovanni Evangelista dolente sotto la croce”

Cancellati decenni d’oblio. Nei giorni scorsi, completato il restauro, è tornato visibile al pubblico l’olio su tela raffigurante “San Giovanni Evangelista dolente sotto la croce”. [...]

Cancellati decenni d’oblio. Nei giorni scorsi, completato il restauro, è tornato visibile al pubblico l’olio su tela raffigurante “San Giovanni Evangelista dolente sotto la croce”. Ha trovato posto al museo civico d’arte di Pordenone. L’opera si deve a Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, artista vissuto tra il 1483 e il 1539, che la realizzò per la chiesa, oggi sconsacrata, del convento francescano della città friulana.

"San Giovanni Evangelista sotto la Croce" dopo il restauro

Verosimilmente fu custodita nell’edificio sacro fino alla soppressione del monastero avvenuta nel 1769. Messo all’incanto, il complesso fu comprato da Andrea Galvani per 1600 ducati. Invece il dipinto passò nelle mani del pordenonese Francesco Tamai che lo regalò al conte Fabio di Maniago, studioso e amante dell’arte di quella regione. Seguendo le tracce documentarie, Vittorio Querini lo ritrovò alla fine degli anni Settanta del secolo scorso in una stanzetta sopra la sacrestia della chiesa padronale del palazzo di Maniago; approdò successivamente in altre collezioni private, in ultimo in quella di Giorgio Cosarini, da cui il ministero per i beni e le attività culturali l’ha acquistato nel 2005 per poi concederlo in comodato al Comune. Abbinata ad esso, c’era un’altra tavola sagomata raffigurante la Vergine (la “Madonna piangente”, anch’essa dal carattere statuario) di cui resta soltanto la documentazione fotografica. Le sue tracce sono perdute da tempo ed è probabile che sia uscita dal territorio nazionale prima che la Soprintendenza riuscisse a imporre il vincolo. In origine, i due capolavori – che misurano un paio di metri – erano posti nella cappella maggiore, ai lati di una grande croce, dove formavano un’iconostasi. Una tradizione diffusa in Friuli: le due sculture dei Dolenti del tempietto di Cividale, del secolo XII, ne sono un esempio. Come quello tardo quattrocentesco della pieve di San Rocco di Montereale Valcellina. L’importanza del “San Giovanni”, nel suo patetismo cui non occorrono le lacrime sul viso per esprimere la propria tristezza, e nella sua forzatura espressiva, appare indubbia: rivela le grandi qualità esecutive, la potenza e l’intensità del linguaggio del De’ Sacchis che era reduce dalla realizzazione della decorazione del duomo di Cremona. Parte della critica ritiene la figura, dalla testa arcuata, del 1524. E sicuramente si colloca non oltre il terzo decennio del ’500, come conferma il confronto con la produzione del maestro prima del 1530.

La materia pittorica appare sapientemente dosata: è costituita da pennellate lunghe e generalmente uniformi, ma non prive di effetti cangianti e rialzi di luce, che i recenti interventi di recupero hanno liberato dalla sporcizia e dalle vernici alterate. I tratti fisionomici del santo, caricati da un forte espressionismo, sono identici a quelli della “Pietà” della collegiata di Santa Maria delle Grazie di Cortemaggiore, databile attorno al 1420. Quest’elemento e le linee curve, che scolpiscono dolcemente il corpo avvolto in morbidi e abbondanti panneggi, sono le considerazioni stilistiche che risaltano maggiormente. Alla pari dei parallelismi (i capelli sciolti e l’abbinamento cromatico degli abiti in primis) con la scena nella lunetta del “Compianto su Cristo morto” appartenente al ciclo di affreschi cremonese del Pordenone, che è considerato uno dei più grandi pittori friulani d’ogni tempo. Nel museo civico sono conservate altre opere provenienti da “San Francesco”, come alcuni frammenti di affresco provenienti da un trittico nella parete del coro che aveva al centro il “poverello d’Assisi” mentre riceve le stimmate. (Marco Fornara)

(Immagini dal sito del Comune di Perdenone)

 

La cerimonia della consegna del restauro al museo di Pordenone

 

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