“Tu scendi dalle stelle”, uno dei più celebri canti natalizi, è stato composto da queste parti. A Nola, cinquanta chilometri da Sant’Agata de’ Goti. Autore quel sant’Alfonso de’ Liguori che fu vescovo di questa località della provincia di Benevento per 13 anni, dal 1762 al 1775. Dal 1852 è patrono del comune e della diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti. Le forche caudine non sono lontane. La zona è quella dove sorgeva il villaggio di Saticula, come confermato dal rinvenimento di necropoli sannite. Il clima è mediterraneo, quasi sempre mite. L’impianto del borgo di cui stiamo per andare alla scoperta è medioevale e costruito sulla vecchia città romana i cui resti (colonne, capitelli e altri elementi architettonici) curiosamente nel centro si sono fusi nelle costruzioni successive. Il paese è arroccato su una roccia di tufo a strapiombo su due affluenti del fiume Isclero, il Martorano e il Riello. A due passi, il monte Taburno ricco di sorgenti, come quelle del Fizzo le cui acque, convogliate nella rete idrica carolina, alimentano le fontane della Reggia di Caserta. Sono sufficienti cinque ore per una visita non superficiale a Sant’Agata. Nell’abitato si entra da via Caudina: subito ecco largo Annunziata con l’omonima chiesa. A una navata e con abside quadrangolare, fu ampliata nel ’400 secondo i canoni dell’arte gotica. Si arriva poi nelle piazze Mercato, Castello e Trieste, quest’ultima con, in fondo, un torrione cilindrico isolato. A destra i resti del maniero normanno con le notevoli arcate ogivali del cortile e, al piano superiore, un affresco con Diana e Atteone datato 1110. Invece a sinistra s’innalza la chiesa di San Menna, eremita del secolo VI vissuto sul Taburno. Riedificata poco prima del 1100, conserva ancora sotto il portico il portale originario con un archivolto romanico decorato da un festone di foglie e due teste di leone. Il tetto è a capriate e il pavimento, di pietre multicolori, è tra i più belli d’Italia. Anche la chiusura del presbiterio, sopraelevato, è a mosaico.
L’itinerario prosegue lungo via Roma che attraversa il borgo quasi in rettilineo. Ben presto si allarga nella piazza dedicata al
giureconsulto Ludovico Viscardi con l’oratorio di Sant’Angelo de Munculanis di cui recentemente è stata riportata alla luce la struttura medievale a pianta basilicale. A poca distanza, si apre piazza Trento con un altro luogo di culto, la settecentesca Santa Maria di Costantinopoli, e l’attiguo monastero delle Redentoriste. Di fronte, nella piazzetta del Carmine, la chiesa della Madonna del Carmine che ospita il museo diocesano dove sono conservate tele, reperti archeologici come una lastra paleocristiana, e paramenti e arredi sacri fra i quali una croce-reliquiario del ’600 e un piatto reggiteschio federiciano del ’200.
Fu inaugurato nel settembre 1996 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger. In un’ala del palazzo vescovile in piazza Umberto I è stata collocata la sezione dei luoghi alfonsiani: il percorso si articola nel cortile interno, dove si trova un lapidario, e negli ambienti che furono abitati dal santo. Vi sono custoditi la sedia episcopale utilizzata per le udienze, un organo seicentesco, un presepe, alcuni trattati e i testi dei processi di beatificazione e canonizzazione. Sono visitabili, inoltre, le grotte e il cunicolo dove il dottore della Chiesa si recava a pregare e fare penitenza. Ma in piazza Umberto I arriveremo tra poco. In via Roma meritano ancora una sosta il municipio, ex convento francescano del ’200, e, appena prima, l’oratorio di San Francesco del 1282, ma rifatto completamente nel ’700. Lo stesso periodo del pavimento maiolicato. La stessa piazza Umberto I è lì a due passi col monumento a sant’Alfonso, l’episcopio, il seminario e la chiesa di Santa Maria di Montevergine. Per l’accesso al palazzo vescovile si attraversa un cortile con una fontana settecentesca, e uno scalone che introduce al salone dove sono riprodotti, in ordine cronologico, gli stemmi dei 68 pastori della diocesi. Fermata successiva nella vicina
piazza Sant’Alfonso su cui si affaccia il duomo dell’Assunta la cui prima versione è datata 970. La facciata è preceduta da un pronao costituito da 12 colonne con capitelli corinzi. L’interno è vasto e luminoso con numerose cappelle adornate di decorazioni barocche a stucco e altari in marmi policromi.
La cripta sotto il presbiterio è una testimonianza dell’edificio romanico. Ancora pochi passi in via Roma e poi ci s’immette in via Diaz, dov’è presente un’epigrafe funeraria romana, e in via Torricella con la villa comunale il cui giardino è posto all’estremità settentrionale del paese, sul cuneo di confluenza dei due fiumi. Da lì si ha una vista straordinaria delle loro profonde forre e delle non lontane montagne. Il giro si conclude con la chiesetta di Santa Maria delle Grazie, adiacente alla porta di San Marco: da lì si torna a piazza Trieste. Due brevi escursioni possono completare la giornata: alla zona dell’acquedotto (raggiungibile attraverso una scalinata) che consente di ammirare un suggestivo panorama dell’intero centro storico, e alla grotta della Madonna di Lourdes, incastonata nella collina. Sant’Agata è zona agricola. Caratteristico, la domenica mattina, è il mercato dei contadini dov’è possibile acquistare i prodotti tipici: formaggette, olio, vino (la doc Falanghina del Sannio e il rosso Aglianico) e soprattutto frutta e verdura (ortaggi, cereali e legumi). La gastronomia locale si basa, del resto, sulle tradizioni agricole: un esempio è la pasta fresca con i fagioli, le cosiddette pacche. Di questi tempi lo scenario è unico con la fioritura dei ciliegi. Un’altra coltivazione diffusissima è quella della mela annurca, un concentrato di vitamine e sapore che nel 2006 ha ottenuto il marchio Igp (Indicazione geografica protetta).
Il frutto, piccolo e schiacciato, si caratterizza per le sue proprietà organolettiche: polpa bianca compatta, acidula e profumata. Era
già apprezzato nell’antichità: ne parlò, nel suo “Naturalis Historia”, Plinio il Vecchio. Raccolto acerbo e lasciato maturare su letti di paglia all’aperto, viene anche sottoposto a lavorazioni particolari: se ne ricava, per esempio, il sidro.
Molteplici, infine, sono le occasioni per recarsi a Sant’Agata. A luglio per dieci giorni si tiene il “Sannio Film Festival”, e l’ultima settimana di agosto la rassegna multidisciplinare “Suoni di terra. Popoli ritmi e danze. Festival delle musiche e delle altre culture”. Senza dimenticare la rappresentazione popolare e grottesca delle scadenze stagionali della vita campagnola, intitolata “I mesi dell’anno”, e “La giostra del cavaliere turchino”. (Marco Fornara)
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