Festival del Giornalismo, quando i cronisti fanno paura

Cronisti “scomodi” in primo piano al festival del giornalismo di Perugia. Come quelli che, quotidianamente, raccontano l’emergenza narcotraffico in Messico. Lo stato centroamericano, dilaniato da [...]

Cronisti “scomodi” in primo piano al festival del giornalismo di Perugia. Come quelli che, quotidianamente, raccontano l’emergenza narcotraffico in Messico. Lo stato centroamericano, dilaniato da una guerra senza precedenti tra i cartelli della droga, è oggi, insieme a Honduras e Pakistan, il paese più pericoloso al mondo per chi fa questo mestiere.

Nel 2010 sono stati uccisi 14 operatori dell’informazione, e nell’ultimo decennio il totale sale a 68. Chi osa scrivere di questo problema, chi ne indaga i legami con le istituzioni e chi denuncia la corruzione e l’impunità dilaganti, lo fa a rischio della propria vita. Ieri Malcolm Beith, per sette anni direttore di Newsweek, ha confermato la crescita esponenziale, in questa nazione, del crimine e i suoi rapporti con la politica. E’ toccato poi alla scrittrice Anabel Hernandez sottolineare che “il Messico è ormai padrone assoluto del mercato della coca. Ha assunto il ruolo di mediatore tra i produttori colombiani e le piazze dell’intero pianeta. E non mancano continui flirt con la mafia italiana specie nei quartieri bene di New York”. Altrettanto critica è la situazione in Iran e Russia bollati come simboli “della violazione sistematica dei diritti umani e della libertà di stampa, dove i giornalisti, con le loro domande, sono considerati un’insidia”: parole di Riccardo Noury, direttore di Amnesty International Italia. Emilio Casalini della Rai ha indicato nel web il nemico principale della teocrazia asiatica (“permette di diffondere notizie e immagini, tanti piccoli virus che potrebbero minare la stabilità del regime”), e Reza Ganji, fotoreporter costretto a lasciare la sua patria per non finire nelle carceri di Mahmud Ahmadinejad, ha aggiunto: “Esiste una vera e propria milizia di hacker impegnati per non far funzionare Internet, per bloccare Twitter e cancellare i blog”.

Ma nemmeno in Italia le cose vanno poi tanto meglio. E’ la Calabria a detenere la maglia nera riguardo il numero di cronisti minacciati di morte dalla n’drangheta per non aver fatto altro che raccontare dei fatti. Tra il 2009 e il 2010 gli episodi sono stati più di venti. Come ha ricordato Roberto Rossi che, insieme a Roberta Manni, ha scritto il libro “Avamposto”: un ritratto della professione tra Cosenza e Reggio e dei rischi che si corrono per esempio solo per aver fotografato una scritta su un muro. Ma il fenomeno si sta allargando al resto della penisola. Le intimidazioni sono sempre più numerose.

La prima giornata della manifestazione ha affrontato anche altri temi. Come le novità che stanno caratterizzando il “fare informazione”. Un primo esempio: i 17 anni di rapporti tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ricostruiti in quattro minuti in “Beautiful Lab”, alla cui base c’è l’idea che la realtà possa essere raccontata come una soap-opera. Un secondo: i torrenti di fango dell’alluvione di Messina filmati da un balcone e diffusi su Youreporter.it, la piattaforma a cui ogni cittadino può inviare i video delle cose che non funzionano nel suo comune. Il cofondatore Angelo Cimarosti ha sottolineato che, mediamente, ne vengono scaricati circa due milioni al mese. A marzo si sono contati 900mila utenti e quattro milioni di pagine viste. “Tuttavia nel 2009 – ha puntualizzato – abbiamo rischiato di chiudere in quanto i server sono arrivati a costare 60mila euro all’anno. E adesso la cifra è salita a 100mila, cifre elevatissime, gestibili solo grazie alla vendita di spazi pubblicitari”.

I convegni si sono susseguiti sino a sera. Come quello sulle emergenze “mediatizzate” (il terremoto che ha messo in ginocchio Haiti) e quelle dimenticate (le piogge monsoniche che hanno colpito il Pakistan). In un’altra tavola rotonda Concita De Gregorio, direttore dell’“Unità”, ha puntato l’indice sul rapporto con gli inserzionisti. “Gli “speciali” – ha puntualizzato – sono mediazioni onorevoli fra la deontologia professionale e le esigenze comunicative degli sponsor. Il confronto con le imprese è comunque sentito in maniera più pesante nelle testate locali, dove frequentemente redazione e concessionaria della pubblicità convivono nello stesso stabile. E inevitabilmente la pressione aumenta. Ma non bisogna mai dimenticare che l’aspetto fondamentale è l’autorevolezza di chi parla; e anche le aziende possono giovarsi del valore dei pezzi d’autore”. E Paolo Liguori, alla guida di TgCom, ha chiarito che “sono sempre più le realtà che scelgono di farsi conoscere attraverso i social network dove s’incontra un pubblico sicuramente interessato a determinati argomenti”.

Anche oggi, infine, ospiti illustri al festival. A mezzogiorno interverrà Peter Horrocks, direttore di Bbc Global News, e alle 18 il direttore di Repubblica Ezio Mauro. Attesi anche, fra gli altri, i direttori dell’Espresso e del Messaggero, Bruno Manfellotto e Mario Orfeo, e il magistrato Rosario Priore, oltre a Oleg Kashin, reporter di Kommersant, che lo scorso novembre è stato vittima di un pestaggio davanti alla sua casa per aver condotto delle inchieste in Russia. E Gianni Riotta parteciperà al dibattito su “Cosa resterà di questi anni Obama?”, mentre alle 21 Aldo Cazzullo del Corriere della Sera sarà protagonista dello spettacolo “Viva l’Italia”, un reading in cui l’autore legge brani tratti dal suo saggio. (Marco Fornara)

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