Delegittimazione. Attacchi personali. Screditamento attraverso lo strumento del gossip. E’ tutto questo la “macchina del fango” dipinta ieri sera da Roberto Saviano che ha inaugurato il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. “Basta mettersi contro certi poteri – ha affermato – per vedere i propri fatti privati, come possono essere un calzino color turchese o una vecchia foto di vacanze su una spiaggia nudista, sottoposti a una gogna pubblica. Questo meccanismo si nutre di una tendenza tipica del nostro paese: se uno emerge, è perchè è stato favorito; se uno si espone, è perchè è un narciso; e se uno ha ambizioni, è perchè è un opportunista”.
Il suo intervento, durato poco meno di un’ora e mezza, s’è comunque concluso con una citazione all’insegna della speranza: quella dei ragazzi di Locri che davanti alla bestialità della n’drangheta risposero con un eloquente “E ora infangateci tutti”. “Per ogni critica,
per ogni gesto di coraggio e per ogni resistenza – ha puntualizzato – si sa già che cosa capita: per cui, senza paura, davanti al “tutti facciamo schifo”, al “siamo tutti uguali, lo fanno tutti”, bisogna replicare come hanno fatto quei giovani. Perchè se fossimo tutti uguali, nessuno sarebbe più costretto a fare uno sforzo per cercare di essere migliore. L’unico modo per fermare la “macchina del fango”, che sta scardinando ogni possibile patto di fiducia all’interno del Paese, è riconoscerla, è non darle credito, è capire che si deve fare muro contro la maldicenza non diventandone un veicolo di diffusione. In gioco, del resto, c’è anche la libertà di stampa che in Italia è sempre più compromessa dalla certezza che non si è mai criticati per quanto si dice, ma attraverso la demolizione della dignità degli individui considerati nemici”.
La diffamazione è sempre stata al centro della sua ricerca in quanto figlio di una terra “in cui chiunque – ha proseguito – decida di ostacolare il potere criminale viene calunniato. Quello della “macchina del fango” è un sistema semplice che funziona talmente bene da essere diventato una regola. In un attimo si fabbricano dossier, e si attivano politici-faccendieri e giornalisti conniventi che frequentemente si giustificano dicendo che fanno solo il loro lavoro. Una scusa che non regge: esiste una differenza fondamentale tra le inchieste e la denigrazione. Le prime raccolgono una molteplicità di notizie per mostrarle ai lettori, la seconda ne prende una sola, privata, e la rende pubblica. Beninteso: non perchè si tratta di un reato o magari di qualcosa che riguarda il ruolo che la tal persona ha nelle istituzioni. Conta esclusivamente che la “rivelazione” metta in difficoltà chi è preso di mira; questi si deve sentire intimidito e costretto a difendersi”. Di esempi, lo scrittore che vive sotto scorta dal 2006, ne ha fatti diversi. “Un paio di mesi fa – ha detto – la manifestazione delle donne “Se non ora, quando?” è stata bollata come “bacchettona” quando era esattamente il contrario. E poi gli attacchi all’allora direttore di Avvenire Dino Boffo per le sue critiche al premier e al presidente della Camera Gianfranco Fini per avere dissentito su giustizia e legalità rispetto alle posizioni assunte dal Pdl”. Ma non mancano anche episodi più lontani nel tempo. Protagonisti Pier Paolo Pasolini e Giovanni Falcone. “Solo il giorno – ha spiegato – della strage di Capaci le polemiche sono cessate. Prima era stato continuamente bacchettato non per il suo operato, ma per la sua immagine. In certi salotti palermitani si arrivò a dire che, in occasione del fallito attentato all’Adduara dell’estate del 1989, la bomba l’aveva messa lui per attirare l’attenzione. E poi, con sei lettere anonime, fu accusato di avere usato un collaboratore di giustizia come killer di stato per stanare i corleonesi. Ma ci rendiamo conto?”.
L’autore di Gomorra e del recente “Vieni via con me”, tratto dall’evento televisivo dell’anno, ha anche sottolineato che la privacy è sacra. Per tutti. “Il problema – ha tirato le somme – è che se si candidano le proprie amiche, si può finire vittima di ricatti ed estorsioni. E allora questo smette di essere un fatto privato e diventa una forma di condizionamento della vita di un’intera nazione”. (Marco Fornara)
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