Joan Miró (1893-1983), uno degli artisti più riconoscibili del secolo scorso, uno dei più sconosciuti. E’ questo il messaggio che giunge dalla mostra Joan Miró: The Ladder of Escape, allestita alla Tate Modern di Londra dal 14 aprile all’11 settembre.
Un pittore che appare familiare, dunque, per i suoi larghi campi di colore dove galleggiano “creature” come in un sogno che mescola elementi astratti e figurativi, forme, colori.
La mostra che sta per aprire alla Tate Modern, la prima retrospettiva di Miró a Londra in quasi 50 anni, porta invece lo spettatore a scoprre quanto complesso e intriso d’impegno artistico, politico, sociale, sia l’opera apparentemente così leggera dell’artista catalano.
Riconosciuto come uno degli esponenti di punta del Surrealismo, tanto che fu definito dallo stesso André Breton “il più surreale di tutti noi” e malgrado quei dipinti che con tutta evidenza immergono lo sguardo in una realtà irreale, Miró fu, in sostanza, distante dal movimento surrealista. Incerto sulle scelte radicali e comuniste di altri compagni d’avventura, scettico sulla reale possibilità che l’arte potesse intervenire direttamente nella storia.
Mission dei curatori della mostra Marko Daniel e Matthew Gale è stata dunque quella di sganciare Mirò dal movimento al quale viene ricondotto riposizionandolo come artista che tiene conto delle realtà sociali; non a caso Miró stesso disse che l’artista “usa la sua voce per dire qualcosa, e che ha l’obbligo che questa cosa non sia inutile, ma qualcosa che offre un servizio all’uomo“.
Il percorso alla scoperta di questa nuova visione di Mirò comincia dalle opere giovanili (1917-1923) intrise di quell’atmosfera campestre che il pittore trovava nella su catalogna, tra paesaggi, fattorie, campi, animali. Dipinti nei quali si evidenzia come Miró si cimentasse nella sperimentazione di atmosfere e stili. Poi l’ambiente cambia, con la guerra civile in Spagna si afferma il regime franchista, Mirò vive con dolore la violenza di quegli anni. e’ del 1939 Il volo d’uccello sopra la pianura, un mix inebriante di paura, disperazione ma non manca mai un accenno di speranza. In quel periodo i colori s’incupiscono, i volatili che costellano i suoi dipinti somigliano terribilmente ai bombardieri che stanno devastando l’Europa.
E’ negli anni ’40 che arrivano le Costellazioni, piccoli dipinti su carta che rimandano un messaggio di confusione, le forme ruotano su campi grigi, verdi e rosa e non mancano elementi inquietanti, come occhi (in numero dispari) che galleggiano. Nel periodo post-bellico, l’artista sembra maggiormanete attratto dall’astrattismo, gli elementi surreali scemano (Jackson Pollock aveva riconosciuto d’essere un ammiratore di Miró) è il momento delle “tele bruciate”, quadri luminosi che rivelano le cornici e supporti carbonizzati ma anche tanti colori primari. A dirci che c’è bellezza anche tra le rovine e che c’è sempre una scintilla a dirci che, anche nella distruzione, vale la pena di lottare per qualcosa.
A completare il percorso i grandi dipinti degli ultimi anni nei quali il pessimismo dell’uomo Juan Mirò trova nell’arte una via di fuga.
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