Come una mummia risuscitata alla politica, Zahi Hawass è tornato ad essere il segretario generale del ministero egiziano delle antichità, il Supreme Council of Antiquities. Il famoso uomo col cappello, forse l’archeologo più celebre del mondo dopo Indiana Jones e l’egiziano più celebre dopo Tutankhamon e assiema a Omar Sharif, era stato rimosso all’indomani della “rivoluzione” per le sue compromissioni col regime del deposto presidente Mubarak, presidente che l’aveva nominato e col quale Hawass vantava lunga amicizia. Cosa che ovviamente ha giocato a suo sfavore, assieme a diffuse accuse su una gestione alquanto personalistica dei tesori d’Egitto.
Ma a volte occorre fare di necessità virtù, ed il mondo dell’egittologia ritiene che il ritorno fosse inevitabile visto che Hawass è la persona che meglio di tutte conosce la situazione, l’unica che possa garantire una certa sicurezza al prezioso patrimonio archeologico locale. Senza contare la fitta rete di relazioni internazionali e la risonanza mediatica che “il faraone” ha saputo convogliare. Attorno a sé, certo, ma anche attorno al patrimonio egiziano.
E’ chiaro a questo punto che il nuovo governo, allarmato da notizie non proprio positive in arrivo da siti e musei (ricordiamo che durante le fasi concitate della rivolta, 54 oggetti sono spariti dal museo del Cairo e solo 12 di essi sono stati recuperati) ha deciso di dimenticare il passato di Hawass e rimetterlo a fare ciò che ha sempre fatto, con competenza e un’innegabile e smisurata passione.
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