All’inizio del ventesimo secolo, Trieste era sospesa, dal punto di vista culturale, artistico ed economico, tra l’impero austro-ungarico, di cui faceva parte, e l’Italia, da cui si sentiva fortemente attratta.
Anni, quelli, di forte crescita demografica che portò alla costruzione di nuove case, ma anche di edifici destinati alla vocazione commerciale e a quella di rappresentanza. E al tradizionale stile di sapore classicista cominciò ad affiancarsi la novità del liberty che sembra rispecchiare tutte le contraddizioni storico-politiche vissute da questa città. Il tutto è raccontato dalla mostra
, visitabile da sabato 11 marzo al 19 giugno nel salone degli Incanti dell’ex pescheria, “Trieste liberty.Costruire e abitare l’alba del ’900”.
L’esposizione è promossa dal Comune e curata da Federica Rovello della locale Università con la collaborazione di Michela Messina e Lorenza Resciniti dei civici musei di storia ed arte di Trieste, e dell’ordine degli architetti della Provincia di Trieste.
Quello che rende assolutamente unico il “caso Trieste” è la coesistenza, non sempre facile, delle più diverse declinazioni di questo stile, che in architettura vide convivere quello floreale “all’italiana” con presenza della Secession austriaca e del tedesco Jugendstil, e che si aprì contemporaneamente al manifestarsi di un’anima “protorazionale”, anticipatrice di nuove espressioni.
Il liberty non si limitò, come altrove, a diffondersi in un solo quartiere, o comunque in ambiti circoscritti, ma permeò l’intera città. Da qui un’esposizione frutto di una ricognizione a 360 gradi, considerando che sono stati censiti quasi 250 palazzi, e che consentirà di effettuare un confronto con quanto avvenuto nello stesso periodo nel resto della penisola e d’Europa.
Filo conduttore è il tema del costruire e dell’abitare, illustrato attraverso dei documenti d’archivio (progetti, fotografie d’epoca e plastici) utili a descrivere anche il percorso formativo di professionisti e maestranze. E al confine fra arte e decorazione andrà a collocarsi l’arredamento degli interni.
La mostra si presenta poi arricchita da una sezione che, attraverso mobili e disegni e album di modelli e di esposizioni del vecchio continente, aiuterà il pubblico a visualizzare gli spazi in cui si sviluppava la vita quotidiana della prima parte del ’9
00.
Ad emergere sono innanzitutto le vicende intellettuali: come le storie di architetti di matrice culturale italiana o centro-europea che a Trieste espressero, con convinzione, idee diversissime.
E sempre in quel tempo moderni materiali, come la pietra artificiale, consentirono per la prima volta di modellare facilmente ciò che fino ad allora richiedeva l’attività di scultori e lapicidi con attese molto lunghe e costi decisamente più alti. Non solo: accanto al bianco e al grigio degli austeri palazzi del potere, ecco l’esplosione di tinte pastello che animarono le facciate degli stabili creati per i ceti imprenditoriali e professionali.
Il “nuovo” venne comunque mediato dalle “commissioni delle fabbriche e dell’ornato”, prudente istituzione preposta ad autorizzare le costruzioni. Lo stile secessionista, per le sue caratteristiche di rottura, venne infatti guardato con diffidenza. Tanto che per gli edifici pubblici,
come le stazioni ferroviarie collocate nel centro dell’abitato, furono chiamati architetti in linea con la volontà autocelebrativa degli Asburgo. Di conseguenza è nelle abitazioni che si riscontrano le espressioni più aperte alla sperimentazione.
All’importazione dei modelli degli stabili a carattere commerciale, con grandi vetrine e ampie superfici espositive, si abbinò la definizione di una tipologia delle case d’affitto che riprese i canoni del Mietshaus centro-europeo. Protagonisti di questo rinnovamento alcuni nomi celebri: Max Fabiani (cui si devono, nel capoluogo giuliano, per esempio il Narodni dom, casa Bartoli e palazzo Stabile) e Josip Costaperaria, allievi e collaboratori dell’architetto vien
nese Otto Wagner.
E ancora: il milanese Giuseppe Sommaruga, esponente di primo piano dello stile floreale italiano, e i triestini di formazione austriaca Giorgio Zaninovich, Romeo Depaoli e Giacomo Zammattio. Ad essi si affiancarono numerosi progettisti forse meno noti al grande pubblico, ma non per questo di minore spessore, come Umberto Fonda, Giovanni Mosco, Nicolò Drioli, Augusto Bachschmidt, Giovanni Widmer e Luigi Dompieri.
La visita a questa mostra può anche essere l’occasione per andare alla scoperta degli aspetti medievali di Trieste , d
ei suoi principali edifici religiosi e delle sue ricchezze archeologiche . E altrettanto suggestivo si annuncia un percorso nei luoghi legati allo scrittore triestino Italo Svevo. La sua casa natale è collocata al numero civico 16 di viale XX Settembre, che allora si chiamava via dell’Acquedotto. Seconda tappa ai giardini pubblici dove il 26 aprile 1931 venne inaugurato un busto a lui dedicato realizzato dallo scultore Ruggero Rovan, e terza al teatro di prosa Filodrammatico che Svevo amava frequentare. Si prosegue giungendo alla filiale di Trieste della banca viennese Union presso il Tergesteo, a fianco del palazzo della Borsa. Vi lavorò per 18 anni. E ancora: la sinagoga principale che ai suoi tempi era quella di via delle scuole israelitiche (oggi in questo sito è presente la questura), la biblioteca di piazza Lipsia (oggi piazza Hortis), via Sant’Antonio dove si trovava la redazione del quotidiano “L’indipendente” a cui Svevo collaborò, e la passeggiata di Sant’Andrea, una delle mete preferite, nelle uscite pomeridiane, dall’autore del capolavoro “La coscienza di Zeno“. (Marco Fornara)
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