Napoli, il tesoro di San Gennaro in mostra. E’ il più prezioso del mondo

“Per avere una grazia da San Gennaro bisogna parlargli da uomo a uomo”. Così parlò Armandino Girasole, alias Dudù ovvero Nino Manfredi, in quella commedia [...]

Per avere una grazia da San Gennaro bisogna parlargli da uomo a uomo”. Così parlò Armandino Girasole, alias Dudù ovvero Nino Manfredi, in quella commedia capolavoro di Dino Risi del 1966 che ha per titolo “Operazione San Gennaro”. E Dudù, che non aveva alcuna intenzione di mettere le mani sul tesoro del santo come invece avevano in programma i suoi “soci” americani, sapeva bene come trattare col Patrono.

Ma se il santo napoletano dalla gente comune accetta ben volentieri ceri, suppliche e parole – purchè dette da uomo a uomo –  re, nobili e principi in sette secoli hanno pensato bene d’ingraziarsi il miracoloso protettore con doni straordinari: ori, gemme, opere d’arte di qualità eccezionale. E il martire decapitato a Pozzuoli nel IV secolo è finito per diventare, un po’ per fede e tanto per regale convenienza, il santo più ricco del mondo, depositario di un patrimonio superiore anche al tesoro della Corona d’Inghilterra e a quello dello Zar di Russia. Questo almeno è quanto sentenziato da un’équipe di gemmologi e storici che ha indagato per quasi tre anni opere e singole pietre (oltre duemila fra diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri, perle) certificando che si tratta del tesoro tra i più importanti al mondo per valore artistico ed economico.

Le Meraviglie del Tesoro di San Gennaro, i gioielli” è il titolo della mostra organizzata dal museo del Tesoro di San Gennaro che avrà luogo a Napoli, in sette differenti strutture museali nel centro storico della città, dall’8 aprile al 12 giugno. E per la prima volta nella storia, le opere più prestigiose del leggendario patrimonio del santo verranno esposte al pubblico contemporaneamente.

Sviluppandosi in sette siti museali, tutti compresi nel centro storico cittadino, la mostra consente non sol

Caravaggio, le sette opere di Misericordia

o di ammirare le oltre 150 opere delle 21.610 appartenenti al tesoro ma anche capolavori come “Le Sette Opere di Misericordia” del Caravaggio (Pio Monte della Misericordia) o le preziose tele di Luca Giordano (Museo Diocesano) e luoghi dall’immenso valore artistico che riapriranno per l’occasione, come il Complesso Monumentale dei Girolamini o l’antica Porta del Duomo.

Sia chiaro che il Caravaggio da solo fornirebbe già un pretesto ottimo per una puntata primaverile a Napoli, ma unica è la possibilità di ammirare assieme una lunga serie di capolavori d’oreficeria grazie ai quali i potenti credevano di rendersi amico il santo, o per meglio dire strizzavano l’occhio ai suoi devoti, ovvero quel popolo napoletano a cui San Gennaro, passateci la citazione “non dice mai  no”. Così doveva pensarla persino il laicissimo Gioacchino Murat, che al patrono donò nel 1808 un ostensorio ornato da putti e festoni con, in alto, un globo stellato con una fascia zodiacale  e testine di putti, sormontato da due angeli che reggono un cuore spinato e ancora più su, la custodia per l’ostia circondata da una gloria di angeli tra tralci di vite e nuvole e da una raggiera. Il tutto sormontato da una croce. Il sovrano lo donò come atto di devozione al santo su suggerimento di Napoleone ed è uno dei rari casi in cui Bonaparte non abbia saccheggiato, ma donato. L’ostensorio è una delle dieci meraviglie in mostra, ovvero i dieci gioielli più significativi che compongono il tesoro. Come la pisside gemmata in oro, rubini, zaffiri, smeraldi e brillanti donata da  Ferdinando II di Borbone nel 1831, o l’ostensorio  in oro, pietre preziose, perline e smalti portato qualche anno dopo da Maria Teresa d’Austria in occasione delle sue nozze proprio con Ferdinando II.         E ancora, il calice in oro zecchino donato da Papa Pio IX nel 1849 per ringraziare i napoletani dopo essere stato ospitato in asilo a causa dei moti mazziniani di Roma. E qualche decennio dopo, nuova dinastia ma rito eguale, ecco    la croce episcopale in oro, smeraldi e brillanti che  Umberto I e Margherita di Savoia donarono il 23 novembre del 1878 nella prima visita a Napoli dopo la loro assunzione al trono d’Italia. E su tutte la collana secentesca commissionata dalla Deputazione della cappella del Tesoro di San Gennaro. Secondo gli esperti è la collana più preziosa al mondo (13 maglie di oro massiccio, settecento diamanti, 276 rubini, 92 smeraldi).

Gioielli dal valore inestimabile per lo spostamento dei quali verranno adottate straordinarie misure di sicurezza con mezzi blindati, guardie armate, sistemi d’allarme sofisticati, mentre il centro di Napoli sarà protetto da elicotteri dei carabinieri. Ma con l’ennesimo atto di fede, c’è chi scommetterebbe che San Gennaro da solo sarebbe bastato a proteggere il suo patrimonio.

- Collana in oro, argento e pietre preziose (rubini, smeraldi, brillanti…) di Michele Dato (più aggiunte fino al 1879). L’opera, realizzata nel 1679, fu commissionata dalla Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro per il busto Reliquiario del Santo

Croce in argento e coralli (1707).

- Mitra in oro rubini, smeraldi e brillanti realizzata dall’orafo Matteo Treglia (1713) Così come per la Collana, anche la preziosa Mitra, caratterizzata dalle classiche “infule”, fu commissionata dalla Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro per il Busto Reliquiario del Santo

- Pisside gemmata in oro, rubini, zaffiri, smeraldi e brillanti (1831) donata da Re Ferdinando II.

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