Monet, padre dell’Impressionismo, visitò per la prima volta la Riviera di Ponente a fine 1883. Era in compagnia di Pierre-Auguste Renoir e vi rimase per un paio di settimane. Più che sufficienti per innamorarsi di quei luoghi, tanto che il 23 gennaio 1884 rieccolo a Bordighera. E durante questo viaggio alla scoperta della Liguria, si spinse fino alla val Nervia dipingendo il ponte – alla cui sinistra s’innalza la chiesa di San Filippo – e il castello Doria che domina tutta Dolceacqua.
E’ da quel maniero che parte il nostro itinerario a Dolceacqua. Oggi si presenta come diviso in due blocchi collegati da un cortile: la parte anteriore con quelli che erano i locali di servizio, le prigioni e i magazzini, e quella retr
ostante con gli ambienti di rappresentanza e di accoglienza degli ospiti.
Il primo nucleo del maniero, fatto costruire dai conti di Ventimiglia in posizione sovrastante il paese, risale al XII secolo. Il complesso fu acquistato circa cent’anni dopo da Oberto Doria, il fondatore della celebre dinastia che legò il suo nome alla repubblica marinara di Genova. E’ stato in età rinascimentale che diventò una residenza signorile fortificata.
Grazie ai suoi imponenti apparati difensivi, riuscì a resistere a numerosi assedi. Fu infatti al centro di aspri conflitti fra le fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Ma il 27 luglio 1744, durante la guerra di successione austriaca, le artigliere pesanti franco-spagnole lo distrussero parzialmente. E fu anche danneggiato dal terremoto del 1887. La famiglia dei marchesi nel frattempo si era trasferita nel cinquecentesco palazzo vicino alla parrocchiale di Sant’Antonio Abate che si innalza ai piedi della Terra, la parte più antica di questo tipico borgo medievale. Di origini quattrocentesche, è stata rifatta in forme barocche e al suo interno conserva il polittico di Santa Devota, risalente al 1515, che si deve a Ludovico Brea, caposcuola della corre
nte pittorica ligure-nizzarda.
Un’altra chiesa, quella di San Giorgio, è ubicata all’ingresso del paese. Le sue iniziali caratteristiche romaniche si notano ancora nella facciata e nella parte inferiore del campanile; subì poi varie trasformazioni in epoca gotica e in quella barocca. La cripta accoglie le tombe di Stefano e Giulio Doria raffigurati, sulle lastre di copertura, nelle armature del tempo.
Quello che è conosciuto come il ponte di Monet vide la luce nel XV secolo per unire, con un arco di 33 metri, il nuovo quartiere del Borgo con la Terra. Proprio nel Borgo fra le mura della chiesa di San Sebastiano si può ammirare una scultura lignea attribuita ad Anton Maria Maragliano, mentre nella vicina via Barberis Colomba è ubicato il luogo di culto dedicato a San Michele.
A sud dell’abitato, in posizione panoramica, ecco poi i resti del convento degli Agostiniani che dipendeva dall’abbazia di Novalesa, nei pressi di Susa. Merita una passeggiata anche la strada che porta alla regione Morghe: prima, lungo il cammino, s’incontra l’oratorio di San Gregorio, e poi, giunti in questa località a levante di Dolceacqua, il santuario dell’Addolorata di fine Ottocento. Quattro passi vale la pena di farli anche sulle colline che, ricche di vigne e uliveti secolari, circondano questo comune della provincia d’Imperia. Le alture sono ricche di cappelle campestri. Come quelle di San Bernardo con affreschi quattrocenteschi del pittore Emanuele Maccari di Pigna, di San Martino (alla confluenza del torrente Barbaira con il Nervia e con un’originale copertura a cupola), di San Rocco e di San Cristoforo.
Il tour entro i confini di Dolceacqua può essere anche l’occasione, per gli appassionati di cinema, per vedere da vicino dove sono stati girati parte degli esterni del film “Io sono l’amore” con Tilda Swinton. La pellicola, che ha ottenuto anche una nomination all’Oscar per i migliori costumi, racconta le vicende della ricca famiglia lombarda dei Recchi.
Infinite le specialità gastronomiche della zona che si accompagnano con pregiati vini da tavola come il Rossese di Dolceacqua Superiore e il Rossese di Dolceacqua. Solo qualche esempio dei piatti tipici. Tra gli antipasti, la pasta cun a bagna, una specie di pizza al pomodoro, l’erbun (una torta di zucca), il fugasun (un’altra torta, questa fatta con le erbe), le sciure cene (fiori di zucca ripieni di purea e verdure bollite), il cundiun (un’insalata estiva), le pumate seche(pomodori essiccati al sole), i barbagiuai (fagottini fritti nell’olio in padella) e il brandacuiun, delicata crema di stoccafisso e patate. Grande importanza hanno anche le salse: non solo pesto, ma pure sugo di pomodoro e l’agra che condice pesci fritti e verdure.
Poi i primi piatti: i ravioli con pizzico, gli gnocchi di pane, i bigareli (piccoli frammenti di pasta arrotolata cotti nella minestra) e il brodu verdu, un passato di verdura. Per i secondi si può scegliere tra il coniglio alla ligure e il carteletu (carne di capretto riempita con bietole, uova e formaggio), senza dimenticare lo stoccafisso. Il formaggio più caratteristico è il bruzzo di colore giallo e dal sapore forte, mentre fra i dolci vanno per la maggiore le michette (simili alle brioche), la tacunà (torta di pastafrolla), le cucarde (bugie fritte nell’olio) e il salame, quasi un pan di Spagna con marmellata.
(Marco Fornara)
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