Alberto Giacometti. L’anima del Novecento. Sculture, dipinti, disegni al MAGA di Gallarate dal 5 marzo al 5 giugno. Un vero evento che propone in esposizione bozzetti, dipinti e sculture dell’artista elvetico. Molti presentati per la prima volta in Europa.
Cosa hanno in comune la showgirl Christine Keeler e Alberto Giacometti? Christine Keeler, famiglia poverissima, viveva con i genitori in una roulotte, diventa famosa in seguito a quello che passò alla storia come “lo Scandalo Profumo“.
La bella Christine, vita sessuale, diciamo, disinvolta, presunta amante di una spia sovietica, vantò tra i suoi tanti amanti John Profumo, sposato, segretario di stato per la Guerra del Regno Unito.
La relazione fece tremare l’establishment britannico e si gridò allo scandalo. La piccante storia diventa anche un film Scandal che però non verrà mai distribuito.
Per la promozione del film Christine Keeler si fa immortalare nuda ”coperta” solo da una sedia, foto che hanno fatto epoca, a cui in seguito si sono ispirati tanti fotografi. Christine Keeler dovette colpire Alberto Giacometti che nel ‘63 la vide nuda sulla prima pagina del giornale France Soir .
Lo ispiro a tal punto che cominciò a ritrarla freneticamente, in una serie di bozzetti visibili in mostra. Per Giacometti il bozzetto, per velocità d’esecuzione, era, insieme alla scultura, la sua forma d’ espressione privilegiata.
Anche quando usa il colore Giacometti rimane pur sempre un fanatico del segno frenetico asciutto quasi compulsivo in una spasmodica ricerca di quel segno definitivo, che possa restituire la verità del soggetto ritratto.
Così come nelle sculture Giacometti è alla ricerca di qualche cosa, fosse anche solo un segno, che possa in qualche modo significare il soggetto. L’atelier parigino di Giacometti, appassionato di psicanalisi, era frequentato anche dallo psichiatra-filosofo Jacques Lacan, con il quale condivise quella ricerca sull’ evanescenza della soggettività .
Giacometti non rinunciò al folle sogno di restituire qualcosa del soggetto, di fissarne l’ essenza. Che l’anima del Novecento stia proprio nell’ aver smascherato l’illusione metafisica della sostanza e dell’ essere, nell’avere cioè rinunciato alla credenza dell’anima, Giacometti lo sapeva bene ed è proprio da questa consapevolezza che prende il via la sua opera sviluppando la sua idea di soggettività.
La soggettività è qualcosa di ineffabile, evanescente, perennemente sul punto di scomparire come le sue filiformi sculture , fantasmi sull’ orlo di una scomparsa. Allo stesso modo il suo frenetico segno nero che sembra non cogliere mai il volto definitivo ma sembra cercarlo incessantemente, denuncia una scomparsa, una impossibilità di dare il tratto definitivo.
Il ritratto compiuto, definitivo, sembra dire l’opera di Giacometti, non esiste non può darsi perché nulla in noi è definitivo ma sempre in una perenne continua mutazione. (Virginia Zullo)

Alberto Giacometti, Femme debout et tête d’homme, 1960-63, Succession Giacometti, all rights riserved.

Alberto Giacometti, Bouteilles sur table (Eva, J.H. Chase), 1963, Succession Giacometti, all rights riserved.
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