Renzo Arbore, l’archetipo della modernità in tv. Negli anni ’60 ha trasformato la radio, dalla fine del decennio successivo ha reso “arboriana” la tv, cambiando rotta nel momento esatto in cui il pubblico cominciava ad avere nostalgia delle sue invenzioni. Di presentazioni il maestro non ha bisogno, e la biografia la lasciamo casomai a Wikipedia. Ad Arbore Virginia Zullo ha chiesto per Daring un’istantanea sulla televisione navigando tra presente, passato e futuro
DT – Cosa pensa del fatto che anno dopo anno in tv si vedono sempre le stesse trasmissioni?
RA – Prima di tutto direi che c’ è una mancanza d‘idee . Inoltre le regole della televisione commerciale sono di puntare su trasmissioni collaudate . Poca voglia di sperimentare il nuovo perché pericoloso. Vi è la tendenza ad insistere su formule che hanno ottenuto buoni riscontri in termini di ascolto.
DT – Esiste una distinzione tra tv di élite e tv popolare?
Si certo che esiste, a volte però si riesce a coniugare i due orizzonti, accade per i grandi eventi ed accade anche per alcuni programmi d’ intrattenimento come nel caso di Fiorello che è tra i pochi che riesce ad ottenere il consenso sia del pubblico colto che del pubblico più popolare . Pero sono casi particolari , in generale vi è l ‘ossequio alla tv che accontenta i gusti della maggioranza che, non per sua colpa, spesso si accontenta o preferisce la tv facilmente comprensibile a scapito del buon gusto.
DT - Lei sa di aver fatto una televisione che riusciva ad accontentare i cosiddetti intellettuali e la massa?
RA – Ho fatto tante trasmissioni, certo l’Altra Domenica e DOC erano trasmissioni destinate ad un pubblico colto . Con DOC presentavo musica di grande qualità, non dozzinale. Anche quelli della notte, sebbene ebbe un grande successo, era comunque una trasmissione elitaria. Viceversa successivamente con Indietro Tutta ho cercato di fare una trasmissione per il pubblico popolare.
Credo di essermi inventato una doppia lettura .Gli intellettuali ne leggevano l’ironia colta e sofisticata degli slogan, la satira verso la televisione e il costume di allora. Ma ho fatto anche programmi popolari come quella con Lino Banfi aspettando Sanremo. Invece la trasmissione del 2005 Meno Siamo Meglio Stiamo era destinata ad un pubblico colto amante del jazz e dell’ umorismo colto.
DT – Esistono oggi autori televisivi bravi?
RA – Ci sono molti autori bravi. Il lavoro della televisione di oggi è spesso affidato ad un grande numero di autori. Alcuni personaggi ed alcune trasmissioni infatti hanno un cast di autori molto nutrito, poi ci sono trasmissioni che per la loro struttura prevedono degli autori che, più che altro, si occupano di fare della scalette scegliendo solo ospiti ai quali viene richiesta un po’di originalità e inventiva più che agli autori stessi.
DT - Cosa vede nel futuro della televisione italiana?
RA – Vedo che la televisione generalista continuerà la sua marcia verso una tv non elitaria ma spesso corriva, hard, sensazionalistica, basata sulla trasgressione, sul linguaggio per così dire disinvolto per colpire lo spettatore. Spero che l’offerta televisiva del digitale terrestre possa accontentare anche le minoranze, solo così si potrà avere una televisione culturale e informativa, un pò come quello che ha fatto la radio con le scelte tematiche . Per cio c’è una radio per i giovani, una radio politica, cattolica, radicale, la radio solo per la musica italiana.
DT – Quindi lei è uno di quelli che crede che la televisione possa fare anche “cultura,” cioè crede a questo strano ibrido di televisione culturale?
RA – La televisione è stata educativa sino allo strapotere, anche la tv commerciale agli inizi era educativa, allargava gli orizzonti, la conoscenza, poi i dettami della televisione commerciale hanno portato a scegliere una tv che guardava ai gusti della maggioranza che, non per sua colpa, e ci tengo a sottolinearlo, come si diceva una volta, “non è attrezzata culturalmente”, si contenta di cose facili . Ma il mio discorso è legato all‘intrattenimento non alla tv d’informazione o di approfondimento politico come Report. Sofferente oggi è l’intrattenimento ma la quantità dell’offerta prima o poi potrà anche produrre nuove idee e rivalutare una tv così detta d’ autore. Chissà
DT – Perché oggi sembra così difficile fare un buon programma d‘intrattenimento in prima serata?
RA – Perché bisogna scontrarsi con gli ascolti che spesso hanno premiato una tv più grossolana, insomma quando non c ‘era la tv commerciale, i criteri di alcuni registi importanti, non parlo di me, ma di Falqui, Smacchi, ecc.. erano volti ad una televisione vagamente artistica, il modello era il teatro, il varietà teatrale, l’umorismo dei grandi maestri, penso a Nino Manfredi Cochi e Renato, Paolo Panelli, Bice Valori . La televisione era demandata ai numeri uno della scena artistica italiana e penso ai cantanti che erano privilegiati, nomi come Mina, Vanoni.
DT – Un aggettivo per la televisione che ha fatto lei?
RA – L’ aggettivo è d‘autore, la mia tv si distingueva perché si sentiva che dietro le quinte c‘era la passione vera e non la mera voglia di apparire, la volontà di fare un’altra televisione: improvvisata, umorale, ironica che fosse affidata addirittura ad intellettuali che giocavano con l’umorismo. E penso a Pazzaglia, a Marengo, a Bracardi, Spesso non erano professionisti della comicità, erano persone di ottima cultura che si divertivano a far sorridere con un messaggio leggermente più sofisticato e non banale come quello che spesso si vede oggi.
DT – Lei sa che il suo cognome e diventato un aggettivo, si parla di arboriano per definire qualcosa che ricorda ciò che lei ha cominciato…
RA – Questo sì, ma con l’età ho scoperto che la mia vera invenzione è la televisione improvvisata, cosa he ho fatto prima alla radio e che poi ho trasferito sullo schermo. Partendo dal modello del jazz, il genere che ha rivoluzionato la musica del novecento.
DT – E alla base dell’improvvisazione c’è il talento …
RA – E’ vero, ma si vanno sempre più dileguando i personaggi di talento e quei pochi che ne hanno si guardano bene dallo sprecarlo. Magari passano al cinema è successo ieri con Nino Manfredi, oggi con Checco Zalone. Oppure dirottano verso altre arti come Fiorello che sceglie il teatro, o Benigni che osa accorpare Dante con dei momenti di varietà.
DT – A proposito di Benigni. Lei ha lanciato tanti personaggi, qual è quello a cui e rimasto più legato?
RA – Io sono legato ai periodi della mia carriera cominciando dal cast dell’Altra Domenica che prevedeva talenti come Benigni appunto, ma anche Isabella Rossellini, Marenco, Milli Carlucci, alle prime armi, ma bravissima. Fino a Nino Frassica al quale sono molto legato. Con lui ho vinto la scommessa più difficile perché assieme abbiamo realizzato 65 puntate di Indietro Tutta. Negli altri programmi c’erano molte voci, molti personaggi e taluni erano grandi professionisti come Lino Banfi o Massimo Troisi. Però la scommessa vera resta Frassica, perché mettere assieme un programma giornaliero fatto interamente di sketch e idee sempre nuove non è facile. Esperienza che prendeva il testimone da un’altra scommessa vinta Quelli della notte, dove per la verità c’erano quaranta facce nuove.
DT - C’è un dirigente o direttore Rai che lei ricorda con particolare affetto?
RA – Il direttore della neonata Rai Due, parlo del post riforma nel 1976, Massimo Fichera, è stato il mio scopritore; fu lui che mi delegò ad innovare il varietà televisivo . Con lui ho avuto carta bianca e così mi sono inventato l’Altra Domenica, programma dal quale sono nati molti prototipi . Da li nasce il “da dove chiama”, ovvero il telefono messo a disposizione del pubblico, sono nati li la musica improvvisata in tv e il ribaltamento degli inviati speciali, l’ironia e la qualità della buona musica. Credo sia stato un programma fondamentale. Qualche anno fa dagli addetti ai lavori è stato votato come il programma migliore della storia della Rai.
DT - Come vorrebbe essere ricordato?
RA – (ride …..) come uno che ha tentato di fare l’ artista in tv.
(Virginia Zullo)
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