Una storia tutta da raccontare quella di Franz Xaver Messerschmidt, scultore del XVIII secolo al quale i manuali di storia dell’arte dedicano per lo più note stringate liquidandolo come lo scultore delle teste dei caratteri, o delle smorfie se preferite. Eppure nessun altro artista del suo tempo è riuscito a ritrarre le emozioni umane e le passioni in istantanee così inesorabilmente e violentemente realistiche e con tale dose di sarcasmo pungente. Perché? Gli psicologi se lo chiedono da sempre ed il mistero profondo resta, Quel che è certo è che quando l’artista ha cominciato a lavorare su quella sessantina di opere aveva buoni motivi per essere arrabbiato col genere umano. E si vede.
Fu comunque un avanzare oltre i suoi tempi in maniera veloce quella di Messerschmidt, tanto che il museo del Louvre
www.louvre.fr, che fino al 25 aprile gli dedica una monografia mostrando una trentina di suoi lavori, abbina alla mostra un’esposzione delle sculture del contemporaneo Tony Craigg, a sottolineare non solo la modernità di Messerschmidt ma tutta la fascinazione che quelle “teste” hanno sulla sensibilità odierna.
Eppure il lavoro dello scultore parte in maniera molto tranqulla. Educato in Germania dallo zio Johann Baptist Straub, importante scultore del legno, tempo qualche anno troviamo un giovane Franz Xaver Messerschmidt studente all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Nella capitale austruiaca impara a lavorare il metallo, poi parte per un fondamentale viaggio “di formazione” in Italia nel 1765 ed al suo ritorno eccolo alla conquista della corte asburgica, per la quale esegue spettacolari ritratti della coppia sovrana e di personalità di spicco come il principe Josef Wenzel I del Liechtenstein. In questo periodo Messerschmidt si ritrova nella ristretta cerchia di artisti di fama. La sua carriera sembra chiara: un uso formale e saggio del neoclassicismo per soddisfare clienti come la Chiesa e la nobiltà.
In quegli anni felici, la sua produzione viene man mano raffinandosi in un naturalismo puro. I suoi busti non hanno vestiti e parrucca, la posa è strettamente frontale, la somiglianza al “modello” è senza compromessi. La potenza si mescola ad una sorta di dolcezza come la moda di epoca romana.
Poi tutto va in tilt. Nel ’69 Messerschmidt è nominato assistente all’Accademia e intanto continua a ritrarre esponenti del bel mondo e la sua carriera di ritrattista va a gonfie vele, fino al momento in cui qualcosa si rompe.
Nel 1774 il comitato dei professori dell’Accademia gli nega il passaggio a professore ordinario, pare che avesse manifestato
comportamenti devianti. Scioccato dal diniego l’artista lascia l’Austria per rifugiarsi da suo fratello a Bratislava (allora Pressburg) sede del governo ungherese. Qui “tria avanti” realizzando busti e medaglie ma con fervore lavora alla produzione di quelle teste che dopo la sua morte saranno dette – minimizzandone la portata – ”teste di carattere“.
Realizzate in metallo (una lega costituita per lo più di stagno
e / o piombo) e alabastro, queste teste mostrano una vera e propria ingegneria dell’espressione; un lavoro attentissimo nel descrivere i molteplici aspetti delle tensioni l’anima.
Non si sa esattamente quante teste Messerschmidt abbia eseguito. Dieci anni dopo la sua morte nel 1793 suo fratello ne vendette 49, intanto erano state esposte a Vienna brevemente. Nella brochure dell’ esposizione un anonimo le battezzò, e i nomi – spesso grotteschi e inverosimili – sono rimasti: l’uomo che piange come un bambino, un vecchio soldato scontroso, un uomo cupo, uno salvato dall’annegamento, un fagottista incapace, un umorista, un uomo che sbadiglia, un cattivo, un ipocrita, un calunniatore…
Queste teste, che non hanno un equivalente nel mondo che sono state considerate come curiosità da fiera più che opere d’arte, sono state vendute all’asta e dispersi. Solo all’inizio del XX secolo cominciarono a essere rivalutate. Quelle rimaste a Vienna hanno affascinato gli artisti della Secessione e i primi psicologi.
Nel 1932, Ernst Kris, uno storico dell’arte e psicanalista, esaminò il caso. Considerando le “manie” di Messerschmidt riscontrate sulle carte, come qulla di pizzicarsi le cosce e guardarsi costantmente allo specchio, oppure il suo lamentandosi d’essere perseguitato dagli spiriti, diagnosticò la schizofrenia … In realtà nessuno ha ancora trovato la chiave esatta per spiegare questa incredibile collezione che non è né un inventario di smorfie, nè un trattato sulle passioni. E se quelle maschere fossero semplicemente un segno di sofferenza silenziosa?

L'artista come è stato immaginato ridere - Belgique, collection particulière © Bruxelles, Photo d’Art
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