Giorgio van Straten, scrittore, curatore e traduttore. Come romanziere esordisce nel 1987 con Generazione, edito da Garzanti, e nel 2000 vince il premio Viareggio con Il mio nome a memoria (Mondadori), romanzo in cui ripercorre la storia della sua famiglia di origine ebreo-olandese dal 1811 a oggi.
Ha curato la pubblicazione di Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio, Giuntina, 1989, Autobiografia di un giornale. “Il Nuovo Corriere” di Firenze, 1947-1956, Editori Riuniti, 1989 e Romano Bilenchi, La ghisa delle Cure e altri scritti, Cadmo 1997. Ha tradotto Il Giardino Segreto di Frances Hodgson Burnett (Giunti, 1992), Il richiamo della foresta di Jack London (Giunti, 1994), Il libro della Giungla di Rudyard Kipling (Giunti, 1995) e Il Padiglione sulle dune di Robert Louis Stevenson (L’Unità, 1997). È uno dei direttori della rivista letteraria “Nuovi Argomenti“.
Direttore negli anni ’80 dell’Istituto Gramsci Toscano, presidente dell’Orchestra Regionale Toscana dal 1985 fino al 2003, ha ricoperto per cinque anni (1997-2002) il ruolo di consigliere di amministrazione della Biennale di Venezia e, nello stesso periodo (1998-2002), è stato presidente dell’AGIS. Dal 2002 al 2005 sovrintendente della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, è stato, dal 2005 al 2008, presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo di Roma, che gestisce il Palazzo delle Esposizioni, le Scuderie del Quirinale, la Casa del Jazz e la Casa del Cinema. Il 18 febbraio 2009 viene nominato dalla Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi membro del Consiglio di Amministrazione della RAI.
DT – Leggendo il suo curriculum ci si perde, ma sbaglieremmo se la considerassimo essenzialmente uno scrittore?
GVS – Infatti la scrittura è parte fondamentale della mia vita, quella in cui esprimo più compiutamente me stesso.
DT – Da cosa nasce, secondo lei, l’esigenza di scrivere?
GVS – E quella di parlare o di ascoltare? Cosa c’è di più naturale dell’esigenza di comunicare con gli altri? Per questo scrivo a larghi intervalli di tempo, perché lo faccio quando ho la necessità di raccontare, quando ho qualcosa da dire.
DT – Il piu grande scrittore del mondo ?
GVS – Non mi piacciono le classifiche: non c’è il più grande scrittore del mondo, c’è quello che mi piace di più, e non è tutti i giorni lo stesso. Posso dire che quest’anno il premio Nobel è stato bene assegnato, perché Mario Vargas Llosa è un grande scrittore.
DT – Come coniuga l’attività intellettuale con le cariche istituzionali ?
GVS – Con una buona dose di schizofrenia, perché la funzione dello scrittore è quella di creare dubbi, quella di amministratore consiste invece nel fornire risposte. Ma non credo che sarei capace di fare solo una delle due cose.
DT – Cosa pensa della Rai di oggi, quale crede sia il futuro di quest azienda?
GVS – La Rai è potenzialmente una grande azienda, capace, quando le viene permesso, di produrre con qualità e quantità. Purtroppo, come in tutto il resto del paese, c’è troppa ingerenza della politica. Credo che la soluzione sarebbe separare nettamente l’indirizzo (che spetta alla politica) e la gestione, che dovrebbe invece essere sottratta alle pressioni e alle clientele. Ma è possibile fare questo in Italia?
DT – Cosa le piace guardare in televisione, ammesso che la guardi?
GVS – Certo che la guardo, altrimenti sarei un cattivo amministratore. E poi l’ho sempre guardata, senza demonizzazione e facili snobismi. Guardo soprattutto l’informazione, lo sport e i telefilm.
DT – Di cosa la tv dovrebbe fare a meno?
GVS – Dei contenitori del pomeriggio, almeno per come sono fatti oggi, con quell’uso perverso della cronaca nera e del gossip.
DT – Cosa pensa della televisione per cosi dire “educativa” che ammicca alla cultura in senso ampio arte storia letteratura ecc.. ?
GVS – Che la televisione ha un suo linguaggio e la cultura deve tenerne conto. Ma anche che la televisione deve capire la specificità della cultura. Altrimenti si rischia da una parte la noia e dall’altra il cattivo gusto. La cultura in televisione non deve essere mostrata (avete mai notato quanto è noioso un concerto sinfonico in televisione?) ma raccontata, e ci vogliono persone che lo sappiano fare (come per esempio faceva Baricco con l’opera lirica).
DT – Cosa le piacerebbe vedere o rivedere in televisione?
GVS – Come tutti soffro di nostalgia per la mia infanzia e mi piace rivedere (oggi ci sono molti dvd per farlo) le trasmissioni dei primi anni sessanta, come La biblioteca di studio uno, con il Quartetto Cetra. Per il resto mi piacerebbe che la televisione mi sorprendesse, che facesse cose diverse da quelle che ho già visto e che si ripetono per pigrizia mentale. Capita raramente, ma capita. E’ successo con Vieni via con me.
DT – Cos’è il potere per Giorgio van Straten?
GVS – E’ una cosa affascinante che finisce spesso per corromperti, a meno che tu non abbia un saldissimo senso morale, laico o religioso che sia …
DT – Come riesce un intellettuale a gestire i rapporti con il potere o forse il potere piace a tutti senza distinzione tra intellettuali e non intellettuali?
GVS – Il rapporto con il potere non è diverso per un intellettuale rispetto a un qualsiasi cittadino. Anche se forse l’intellettuale ha più strumenti per resistergli e dunque è più colpevole se se ne lascia corrompere.
DT – Cosa pensa dell’attuale momento politico?
GVS – Passiamo a un’altra domanda
DT – Cosa spera, ha dei sogni, insomma qualcosa che vorrebbe realizzare?
GVS – La mia è più un’età da bilanci che da sogni, ma spero di non avere ancora scritto il mio libro migliore.
(Virginia Zullo)
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