E’ finita un’attesa lunga vent’anni. Uno dei gioielli del Foro romano, la Casa delle vestali, è tornata agli antichi splendori. “Un altro passo importante verso il recupero dell’area archeologica centrale della capitale”, così il ministro della cultura Sandro Bondi. Per questa zona, dal Circo Massimo al colle Oppio, sono stati destinati 19 milioni di euro, mentre altri trenta sono riservati al Tridente.
L’edificio si trova laddove la piazza del Foro comincia a salire verso il Palatino, tra la via Nova e la via Sacra,
immediatamente dietro al tempio di Vesta, ricettacolo del fuoco sacro. Nei giorni scorsi è stato inaugurato l’itinerario denominato proprio via Nova, il tracciato visibile sulla pendice nord-occidentale del Palatino, che con un percorso rettilineo, va dalla zona a monte dell’atrium Vestae, di 1.568 metri quadrati, fino all’inizio del Clivo Palatino. La strada attuale viene comunemente ricondotta alla pianificazione urbanistica successiva all’incendio del 64 dopo Cristo, ma potrebbe anche essere relativa a una sistemazione precedente.
“E’ nuovamente godibile – evidenzia la soprintendente ai beni archeologici Anna Maria Moretti – la quinta architettonica monumentale del prospetto settentrionale della Domus Tiberiana che è stata interessata da interventi mirati a contrastare le criticità che si devono alla situazione geologica di questo settore”. I lavori hanno riguardato complessivamente un’estensione di 4.085 metri quadrati. Le opere di restauro, manutenzione. messa in sicurezza e consolidamento statico necessarie al decoro e alla conservazione del monumento sono state finanziate con i fondi Arcus e con quelli della programmazione ordinaria 2010 della Soprintendenza.
Nella casa delle Vestali vivevano le sacerdotesse consacrate al culto ancestrale della dea. Per celebrarlo, venivano scelte dal pontefice massimo sei vergini, fra i sei e i dieci anni, di famiglie patrizie e prive di imperfezioni fisiche: dovevano prestare servizio per tre decenni con l’obbligo della castità. Nella cerimonia di vestizione alle fanciulle venivano recise le chiome, appese a un albero di loto; le ragazze dovevano poi indossare un velo bianco che copriva anche le spalle e una specie di diadema di lana diviso in sei cordoni.
I resti attuali risalgono alla ristrutturazione del palazzo avvenuta sotto Settimio Severo. Al centro del cortile ci sono tre bacini: due più piccoli quadrati, alle estremità, e uno rettangolare al centro. Lungo il lato est si apre un grande ambiente originariamente coperto da una volta: il tablinium. E su quello sud, invece, sul fronte di via Nova, lungo un corridoio, ecco il forno, il mulino (ancora oggi è visibile la mola) e la cucina. “Un altro luogo restituito alla città e ai turisti che vengono a Roma per ammirare l’archeologia”, sostiene il sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro. (Marco Fornara)
Immagini dal sito: www.archeoroma.com
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