Frida Kahlo con gli occhi e le parole di Slavenka Drakulic

Non c’è donna che non ami Frida Kahlo, anche tra coloro che hanno imparato a conoscerla  solo attraverso il bel film del 2002 di Julie [...]

Non c’è donna che non ami Frida Kahlo, anche tra coloro che hanno imparato a conoscerla  solo attraverso il bel film del 2002 di Julie Taymor. Empatia è la parola chiave, e com’è noto, è condizone tipicamente femminile. E mentre le opere dell’artista messicana hanno appena cessato d’incantare l’Europa, con due mostre – di gran successo – a Berlino e a Vienna, è un’altra donna che affronta, ma questa volta con la scrittura, quel monumento dell’arte, al dolore e alla vita che Frida incarna.  

Slavenka Drakulic, classe 1949, scrittrice e giornalista croata, è una delle maggiori croniste del mondo postcomunista e della tragedia jugoslava. Collabora con i giornali più prestigiosi ( dal The New York Times alla Süddeutsche Zeitung, a La Stampa) e dopo averci dato lezioni di sopravvivenza al femminile con  Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere e averci portato nel cuore del conflitto jugoslavo con Balkan Express (libri tradotto in 20 lingue) con sensibilità si insinua nel dolore e nel bisogno d’amore che così prepotentemente segnarono l’esistenza di Frida Kahlo. E lo fa in prima persona  nel libro Il letto di Frida (La Tartaruga Edizioni www.bcdeditore.it)

«Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro», affermò Frida Kahlo. E furono quelle cicatrici che dipinse perché anche gli altri potessero arrivare alla sua solitudine.

Dalla quarta di copertina: Frida Kahlo giace sul suo letto con la gamba destra amputata – la sua trentaduesima operazione.

Come un’onda in piena la memoria la travolge e ripercorre la sua vita. Dalla paralisi che la costrinse a letto per nove mesi – Frida aveva sei anni e si inventò un’amica immaginaria: «per andare da lei alitava sul vetro della finestra e disegnava in fretta una porta piccolissima e invisibile» – passando attraverso un’infanzia da zoppa – «se solo potessi volare», pensava, «non avrei più bisogno delle gambe» – per arrivare al bastone d’acciaio che le perforò la pancia, compromettendo la gamba e la spina dorsale per sempre. Le ci vollero anni per capire che quella sofferenza, così priva di parole, poteva e doveva urlare nei suoi quadri. Frida ricorda: le prime tele, quando la madre le regalò colori e pennelli per arrecare sollievo alla sua immobilità; il matrimonio con il pittore Diego Rivera, che amò fino all’ossessione, durante il quale si relegò per sua scelta al ruolo di moglie del genio, fino a quando lui la tradì con sua sorella – le due persone che conoscevano ogni cicatrice e ferita che nascondeva al mondo – e Frida si abbandonò definitivamente all’ancora di salvezza della pittura. «Un fuoco del genere lo hanno coloro che conoscono la morte», le disse un giovane amante, e con quel fuoco visse e si spense una grandissima pittrice che ebbe il coraggio di accettare la sfida della vita senza soccombere mai.

Frida Kahlo © Nickolas Muray Photo Archives (una delle foto presenti nella mostra di Berlino e Vienna)

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