Per farsi subito un’idea di San Miniato (Pisa) e della sua struttura urbana, l’ideale è iniziare il tour dalla rocca di Federico II di Svevia. Venne innalzata, con una pianta leggermente trapezoidale, fra il 1217 e il 1223, a completamento delle opere difensive avviate da Ottone I. Come luogo, fu scelta la sommità, a quota 192, di quello più alto fra i tre colli dove si estende il paese toscano. Lì dentro fu rinchiuso il letterato e politico Pier Delle Vigne, mentre vi soggiornarono Federico Barbarossa, Enrico IV e Ottone IV.
La torre venne ricostruita nel 1956 dopo essere stata distrutta durante la seconda guerra mondiale. I suoi 37 metri di altezza si raggiungono attraverso un centinaio di gradini in legno di rovere. Dalla parte superiore, si può godere un meraviglioso panorama: la vasta pianura attraversata dall’Arno, le alture pisane, pistoiesi e fiorentine sovrastate dalla catena appenninica, e quelle che da San Gimignano e Volterra degradano verso il mare. Il Tirreno è visibile nelle giornate particolarmente limpide.
Percorrendo una ripida rampa, si giunge in piazza del duomo con la cattedrale del ’200 dedicata all’Assunta e a san Genesio. A croce latina, ha tre navate. Per più di un secolo, tra ’300 e ’400, fu adibita ad armeria dai fiorentini. Nel 1944 fu bombardata: morirono 55 persone, un episodio di cui si parla nel film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani. Il suo campanile, sin dal 1489, è la torre di Matilde, a forma di parallelepipedo, in passato uno dei fulcri della fortificazione della città. Nelle vecchie sagrestie del luogo di culto è ubicato il museo diocesano d’arte sacra che custodisce, in cinque sale, una cinquantina di opere tra cui numerosi dipinti trecenteschi (alcuni di Jacopo di Mino del Pellicciaio) e di epoche successive (per esempio di Gianbattista Tiepolo), bassorilievi, croci bronzee, ceramiche di poco dopo il Mille e un busto del Redentore attribuito alla
bottega di Andrea del Verrocchio. Sempre sulla piazza si affacciano il palazzo vescovile, il cui nucleo originale era rappresentato da due torri duecentesche abbattute nel 1746, e quello dei vicari imperiali risalente alla seconda metà del secolo XII. I due edifici sono separati da una scalinata.
La discesa continua sulla gradinata che porta verso il Comune, eretto a inizio ’300 come residenza dei “Signori del popolo”. La sua aula consiliare ospita affreschi di tarda scuola giottesca e uno raffigurante la “Vergine che allatta il Bambino fra le virtù cardinali e teologali” attribuito a Cenni di Francesco di Ser Cenni. A pianterreno, sotto questa sala, si trova l’oratorio trecentesco della Madonna di Loreto, comunemente chiamato “Loretino”, con un’elegante cancellata in ferro battuto del senese Conte di Lello Orlandi, un altare in legno intagliato e dorato e dipinti di Francesco Lanfranchi, fratello di Andrea Del Sarto, databili al 1527. In via Vittime del duomo, s’incontrano poi la cinquecentesca chiesa della Misericordia (nei locali attigui, adibiti a liceo da Leopoldo II, insegnò Giosuè Carducci nel 1857), e, proprio di fronte a Palazzo di città, il settecentesco
santuario del Santissimo Crocifisso con pianta a croce greca e affreschi di Antonio Barberini, una tavola di Lanfranchi e il crocifisso ligneo di Castelvecchio, esempio di arte ottoniana (X secolo) molto venerato in quanto ritenuto miracoloso.
Tappa successiva piazza della Repubblica con il palazzo del seminario sorto in un’area dove si trovavano case e botteghe addossate alle mura castellane. Poi via Conti con il quattrocentesco palazzo Roffia, dotato di una facciata di stile rinascimentale e oggi sede dell’Arciconfraternita di misericordia. Della sua raccolta fa parte un gruppo ligneo con il Cristo deposto del ’200. Pochi passi e si sbuca in piazza del Popolo con la chiesa gotica dei santi Iacopo e Lucia (o di San Domenico) fra le cui mura è presente il monumento sepolcrale del medico Giovanni Chellini attribuito a Donatello. Da lì prende le mosse la via Angelica, uno degli antichi collegamenti verso la campagna. Lungo la strada si trovano tre cappelle e l’oratorio di Sant’Urbano dove sono venuti recentemente alla luce frammenti di un ciclo pittorico del ’300. Ma da questa zona si dirama anche via IV Novembre con il
cinquecentesco palazzo Formichini e il complesso ex Settimanni con facciata rinascimentale. Poi palazzo Grifoni in piazza Grifoni: progettato nella prima metà del ’500 in stile fiorentino-rinascimentale con loggia superiore aperta, segnò una vera e propria rivoluzione urbanistica in quanto l’edificio fu arretrato rispetto al fronte stradale con la creazione di una piazzetta. E proseguendo si giunge in via Carducci con la chiesa della Santissima Annunziata a pianta greca e cupola ottagonale. Si può poi ritornare in via Vittime per continuare alla volta della triangolare piazza Bonaparte arricchita dalla statua del granduca Leopoldo II e, all’imbocco di via Maioli, dall’oratorio dei santi Sebastiano e Rocco, e di piazza XX Settembre con la duecentesca chiesa di Santa Caterina, dove si ammira un crocifisso ligneo della bottega di Giovanni Pisano, e il trecentesco palazzo Migliorati (ma la facciata è del ’600) sede dell’Accademia degli Euteleti, dov’è conservata la maschera funeraria di Napoleone Bonaparte la cui famiglia era stata esiliata a San Miniato nel Medio Evo.
Il museo archeologico è invece situato in via Ser Ridolfo; al suo interno reperti (quali fibule e specchietti) provenienti da vari scavi, come quello del 1934 nella necropoli di Fontevivo, a testimonianza delle origini etrusco-romane del borgo. E s’è vero che San Miniato merita una visita in qualsiasi momento, è altrettanto vero che a luglio si ha anche l’occasione di assistere alle rappresentazioni teatrali – prime assolute – promosse dall’Istituto del dramma popolare. E per rifocillarsi dopo la passeggiata non c’è che l’imbarazzo della scelta con le specialità gastronomiche locali: come la ribollita, una zuppa con pane raffermo, fagioli, cavolo, mentuccia e altri odori, la pappa al pomodoro, i crostini di rigaglie di pollo, e i piatti al tartufo bianco di cui è ricco il territorio. A novembre si svolge anche, in paese, una mostra-mercato nazionale dedicata a questo prodotto. Proprio a San Miniato è stato trovato il tubero più grosso del mondo (2520 grammi) che nel 1954 fu donato al presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower. (Marco Fornara)
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