“Le belle e dolci Madonne del Rinascimento”, tesori del museo d’Abruzzo in mostra a Celano

E’ la terza anteprima del museo nazionale d’Abruzzo. In attesa di poter risistemare le sue raccolte nella nuova sede a L’Aquila, realizzata all’ex mattatoio, sino [...]

E’ la terza anteprima del museo nazionale d’Abruzzo. In attesa di poter risistemare le sue raccolte nella nuova sede a L’Aquila, realizzata all’ex mattatoio, sino al 1° maggio il castello Piccolomini di Celano, sede dell’esposizione nazionale della Marsica, ospita “Le belle e dolci Madonne del Rinascimento”. Quest’iniziativa è nata sulla scia del successo riscosso dalle sculture e dai dipinti d’età angioina e dalla mostra “Antiche Madonne d’Abruzzo. Dipinti e sculture lignee medioevali dal castello dell’Aquila” che sempre sino al 1° maggio può essere visitata al castello del Buonconsiglio di Trento.

A Celano i riflettori si sono accesi sulle sculture di artisti noti e apprezzati quali Silvestro Ariscola, conosciuto anche come Silvestro dell’Aquila, Gianfrancesco Gagliardelli e Giovanni di Biasuccio, tutti sensibili alle novità toscane e nel contempo capaci di esprimere un’espressività memore dell’antica tradizione plastica abruzzese. Nelle opere presentate viene focalizzata l’attenzione sull’immagine della Madre colta in momenti di particolare tenerezza. I suoi sguardi sono protettivi nei confronti del Bambino, restituito sempre in maniera molto realistica. In tutto il pubblico si trova davanti dieci sculture lignee e due tavole dipinte. Compresa una, assai prestigiosa, un tempo conservata nella cappella del Palazzo di Giustizia di L’Aquila, poi palazzo Margherita, sede del Comune. E’ un capolavoro di Saturnino Gatti. L’altra è invece “misteriosa”: è stata firmata nel 1478 da un artista di cui ancora si sa poco, Alfano di Rieti. Tra le sculture assume un significato particolare la presenza di due lavori provenienti dal territorio aquilano martoriato dal sisma: l’elegante “Madonna di Roio” e la dolcissima “Madonna delle Grazie”, molto più che una pregevole opera: è anche un simbolo di fede e speranza perché è stata miracolosamente estratta, senza danni, dalle macerie di Onna dove è da sempre al centro di una devozione assai intensa perché, per i credenti, ha salvato la regione dalla siccità. E gentile e delicata, da porre in relazione con l’attività a Napoli dei maestri di origine nordica Pietro e Giovanni Alamanno, è la Madonna adorante di San Buono, appartenuta a un presepe di cui restano solo tre figure. Anche a Trento sono “protagonisti” dei capolavori sopravvissuti al terremoto dell’aprile 2009. Una ventina fra dipinti su tavola e sculture lignee, databili tra la fine del XII secolo e l’inizio del Trecento, in gran parte salvate dai vigili del fuoco.

Erano custoditi nel museo nazionale d’Abruzzo. Sono inoltre proposte due sculture concesse in prestito dalla diocesi di Teramo: le Madonne della cattedrale di questa città e quella di Castelli. Elaborate, come tante altre, dagli abili intagliatori e pittori che hanno operato stabilmente o che sono transitati in Abruzzo nel corso del Medioevo. Tra i dipinti spiccano la Madonna de Ambro e la Madonna di Sivignano, e, ancora, tra le sculture la Madonna di Lettopalena della fine del XII secolo. La conferma che questa terra è stata un crocevia di spinte culturali aggiornate, grazie ai frequenti contatti con le aree d’oltralpe e l’Oriente bizantino, sulle rotte dei pellegrini e dei commerci lungo la via degli Abruzzi e quelle del mare.

La Madonna delle Concanelle da Bugnara, e i simulacri provenienti da chiese di Scoppito e Collettara, nei pressi dell’Aquila, ascrivibili al Duecento, delineano il profilo di una regione dalla vivace attività artistica, legata ad una pratica devozionale radicata nel tessuto sociale popolare.

E la Madonna di Pizzoli e quella di Penne, con il volto ancora adolescente, sono esempi di un’abilità tecnica che investe non soltanto l’arte dell’intaglio, ma anche quella pittorica.

E in chiusura ecco la Madonna di San Silvestro, proveniente dall’omonima chiesa aquilana, che rappresenta un esempio eloquente del nuovo gusto “francese” diffusosi dopo l’affermazione della sovranità angioina nel Regno di Napoli. (Marco Fornara)

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