Inquietante e misteriosa, riconoscibile ma non abbastanza da riuscire ad apparire familiare; e forse proprio per questo capace di affascinare intere generazioni di collezionisti e di artisti che nell’arte tradizionale africana, perché è di questa che parliamo, hanno trovato profondi motivi ispiratori: da Modigliani a Picasso, tanto a volerne citare due.
Insolito aprire una mostra il 31 di dicembre, ma l’evento che si dipana a Genova tra palazzo Ducale e il castello d’Albertis va oltre il puro e semplice momento espositivo, proponendosi con il corollario di una serie d’incontri, visite guidate, appuntamenti tematici e persino una festa: il veglione d’inizio anno, per salutare il 2011 con tutta la magia che queste opere d’umanità ancestrale sanno trasmettere.
Curata da Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano con la collaborazione di Marc Augé e la collaborazione all’allestimento dell’artista Stefano Arienti, “L’Africa delle meraviglie” presenta tra le due sedi espositive una selezione di 350 opere di arte tradizionale provenienti da prestigiose collezioni private italiane, in gran parte inedite. Maschere, feticci, affascinanti sculture sono distribuite lungo gli ambienti, disegnando un percorso che punta dritto al cuore delle culture dell‘Africa subsahariana, ai loro costumi e modi di vita: dal Mali al Congo, dalla Liberia al Camerun.
Nessun rimando di riproporre ancora una volta i rimandi fra modernismo e primitivismo (“con l’artista occidentale che veste i panni dell’africano”, precisano i curatori), tuttavia non mancano i riferimenti a certe pratiche artistiche contemporanee, e questo per aiutare a evocare contesti che nella loro diversità sono meno lontani di quel che si pensa.
“Bianco, rosso e nero, la triade cromatica che caratterizza l’arte africana tradizionale, sono i colori utilizzati nell’allestimento fin dall’inizio. I muri bianchi dello spazio espositivo sono accostati a opere di Stefano Arienti: tappeti tinti di rosso o di nero, che rimangono comunque sempre separate dalle opere africane, contribuendo a evocare lo spazio domestico delle collezioni da cui gli oggetti provengono. Mentre lib
ri manipolati, piume, ombre… introducono strane presenze e spiazzanti interferenze, stabilendo connessioni che tessono una complessa serie di rapporti fra le opere, i loro doppi, le nostre ossessioni, e aiutando in tal modo a creare i riferimenti utili a classi di oggetti specifici”.
Ad aprire la mostra, nella prima sala del sottoporticato di palazzo Ducale, una sezione intitolata “Ombre”, dove ad una settantina di opere raggruppate per contesto stilistico-culturale si affiancano le sculture – scale dei Dogon, doppiate dalle loro ombre.
L’emozione cresce davanti ai feticci della seconda sala, oggetti portatori di forze magiche ambivalenti. Figure che abitano l’immaginario comune e invadono lo spazio, come se l’uso tribale tradizionale dell’oggetto lasciasse una traccia indelebile della sua misteriosa potenza.
Nella terza sala l’allestimento gioca invece sulle potenzialità espressive del seriale, del multiforme, del multicolore. Qui 49 varietà di maschere sono affiancate ad una importante collezione di colorate bandiere delle tradizionali compagnie paramilitari Asafo dei Fante del Ghana. Due video completano l’allestimento: da un lato il back-stage e “l’uscita” delle famose maschere del Gelede (patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco), il culto delle “madri-streghe” fra gli Yoruba, dall’altro un recente e spiazzante filmato dal Camerun: maschere attuali in un mondo globalizzato.
E ancora maschere nelle quarta sala, le Bundu, insondabili maschere-elmo della società segreta femminile Sande provenienti dalla Liberia. Sagome nere che proiettano inquetanti ombre sul muro ad evocare le nostre proiezioni e i nostri fantasmi.
A chiudere la sezione di Palazzo Ducale, tre video girati appositamente a Bandjoun negli altopiani camerunensi, documentano altrettante tipologie del collezionare in Africa: quella di un capo tradizionale; quella del direttore di un museo e quella di una persona facoltosa, uomo politico e professore universitario che mostra gli oggetti raccolti in una vita.
Al Castello d’Albertis, sede del museo delle Culture del Mondo, il percorso espositivo ha per tema “l’autenticità”, tanto quella degli oggetti che quella delle culture da cui provengono. Una quarantina di Ibeji Yoruba, statuette lignee che rappresentano bambini gemelli, sono il nucleo di questa sezione. Le piccole sculture vengono trattate come veri bambini, diventando anche oggetto di culto, essendo i gemelli considerati canali privilegiati con il mondo invisibile. Al centro dell’installazione, una irradiante statua di maternità Yoruba racconta intanto del ruolo generativo della figura femminile tradizionale. Lungo il percorso della collezione permanente del Castello sono inseriti una decina di oggetti della mostra, posizionati intenzionalmente come “intrusi” dai curatori per creare cortocircuiti e interferenze.
Una mostra destinata a sorprendere, e non solo per il suo senso ma anche per le soluzioni formali delle opere proposte: spesso ardite e d’irresistibile modernità. Info: www.palazzoducale.genova.it
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