Luca Beatrice: lavoro nella confusione, mi diverto ma non chiamatemi “curatore”

Luca Beatrice, torinese, classe 1961. Curatore d’arte tra i più noti nel panorama nazionale, e non solo. Non vuole essere chiamato curatore, anche perché il [...]

Luca Beatrice, torinese, classe 1961. Curatore d’arte tra i più noti nel panorama nazionale, e non solo. Non vuole essere chiamato curatore, anche perché il termine “sa un po’ troppo di medicina”, preferisce definirsi un critico e probabilmente non ha torto, tanto più gli eventi epositivi sono solo una parte del suo lavoro quotidiano. Tra le altre cose è docente all’Accademia di Torino, scrive per un bel po’ di giornali e riviste, è presidente del Circolo dei lettori. Sta di fatto che nella ridotta schiera dei curatori di successo, Luca Beatrice è al top. Nel 2009, anno del centenario futurista, con Beatrice Buscaroli (da qui l’etichetta de “i due Beatrice” che come sapore ha invece quello dell’invidia) ha curato il Padiglione italiano della 53ma Biennale d’arte di Venezia. Non che quest’anno Beatrice sia stato fermo, sua la firma, tanto per fare due esempi della mostra alla Galleria nazionale dell’Umbria “Da Chagall a Fellini, il teatro del sogno” di quella che ha portato all’Accademia Albertina di Torino, le opere di Bob Dylan. E mentre ribollono le iniziative per il 2011 (di cui chiederemo lumi), è ai primi appuntamenti Brand New Art , evento rivolto ai giovani che avvicina il mondo dell’arte contemporanea a quello della musica, notoriamente piuttosto frequentato dalle nuove generazioni.

DT – Un modo per portare l’arte contemporanea a più ampie attenzioni. E’ così?

LB – L’iniziativa nasce dal concorso Ceres4art con MTV per cui in sei spazi pubblici realizziamo l’esperienza del concorso 2010, mostrando le opere delle edizioni precedenti e aspettando di poter mostrare i nuovi lavori, quelli che partecipano all’edizione 2011. La cosa interessante è che non abbiamo posto alcun filtro al concorso, non c’è alcun curriculum da inviare, l’uinico limite è l’età dei partecipanti, massimo di 35 anni. E’ un modo per per sondare lo stato della fantasia…

DT – E cosa è emerso, sino a questo momento? E’ ancora una stagione buona per la fantasia?

LB – E’ presto per dirlo, considerevole è l’ampiezza delle proposte, la varietà dei settori abbracciati, che sono i più diversi. Questo significa che il mestiere dell’arte ha ancora motivi di attrazione, insomma, c’è il piacere di mostrarsi. E credo che siano questo genere di esperienze a portarci poi delle sorprese.

DT – Dunque tanti aspiranti artisti e molta voglia di produrre, ma dall’altra parte c’è un’entità chiamata pubblico. E’ sempre alto il muro che separa l’arte contemporanea da un pubblico più vasto, fatto di gente che avrebbe anche le potenzialità per fruirne che ma neppure vi si accosta. Di chi è la colpa? Se colpa c’è…

LB – Di tutti, nel senso che è evidente, nell’arte contemporanea, un difetto di comunicazione per cui chi produce cultura non si preoccupa del pubblico. Pubblico che a sua volta nutre come una sorta di timore reverenziale, di timidezza verso questo mondo …

DT – In questo panorama, i grandi provocatori – o comunicatori – fanno bene all’arte? Pensiamo a nomi come Maurizio Cattelan, Paul McCarthy, Daniem Hirst che in virtù di quello che fanno escono dalle pagine culturali dei giornali finendo a volte nella cronaca, come tanto per fare un esempio, le sortite recenti di Cattelan a Milano e a Carrara con due opere molto discusse (a Milano il famoso dito medio alzato in piazza Affari, a Carrara il monumento a Craxi ndr)

LB – Menomale che è così. Menonale che l’arte esce dalle pagine dedicate per finire in quelle della cronaca o della politica, significa che tutto non si esaurisce lì, nell’eposizione. Il rischio che si corre è di finire a parlare più del simulacro dell’opera che dell’opera d’arte in se stessa. Ma anche questo è un segno dei tempi, un indicatore di tendenza.

DT – A proposito di tendenze, il primo decennio del 2000 si conclude, come sarà ricordato dal punto di vista dell’arte? Se sarà ricordato…

LB – Tutto sarà ricordato. La domanda richiede una risposta  complessa..

DT – Prego…

LB – Il decennio si è aperto con l’evento più trumatico al quale la nostra generazione abbia mai assistito, mi riferisco ovviamente all’attacco alle Torri Gemelle. E si conclude con un altro trauma, la grande crisi finanziaria ed economica. Queste due linee di confine hanno finito inevitabilmente per influenzare tutto il mondo delle arti e con ciò allargo il discorso anche al cinema, alla letteratura, alla musica. Intanto la situazione s’è ancor più globalizzata, e di conseguenza ci si è trovati a confrontare con una molteplicità di elementi che prima neppure si consideravano.

DT – Alla fine del decennio lei cosa salva?

LB – Dividerei le tendenze dalle individualità, che sono quelle capaci di oltrepassare le situazioni emergenti, le punte di diamante, insomma…

DT – I nomi, a questo punto

LB – Il primo che mi salta alla mente è Olafur Eliasson, che salverei innazitutto per la visionarietà, mentre tra gli italiani salvo Francesco Vezzoli, pur non sopportandolo molto…

DT – In che senso?

LB – Non sopporto il birignao che costruisce attorno alle sue opere…tutto qui

DT – Torniamo su ciò che fa bene all’arte: parliamo delle grandi fiere, e da poco s’è conclusa Art Basel Miami. Eventi che fanno bene all’arte o fanno bene solo al mercato?

LB – Appunto, sono degli eventi, mi ricordano il festival di Sanremo, l’appuntamento a scadenza fissa che mette tutti in ansia per vedere cosa ci aspetterà. Alla fine si è capito che i nomi grandi continuano a funzionare, per i giovani c’è molto interesse, mentre la fascia per così dire “media” è ancora molto penalizzata.

DT – E come sarà domani? Nel senso che il costante bombardamento d’immagini che subiamo non rischia di anestetizzarci rispetto all’arte visiva? Come impareremo a riconoscere l’opera d’arte?

LB – Non credo che esista un problema di questo tipo. Un po’ era lo stesso problema che si trovarono ad affrontare a fine ‘800 quando, abituati alla pittura, si ritrovarono di fronte il cinema ed abituati alla carrozza conobbero il treno. Gli strumenti innovativi segnano le epoche, e menomale che oggi c’è il Web. In altri tempi che voleva interessarsi d’arte doveva necessariemente spostarsi, viaggiare; oggi non è più così, siamo più fortunati.

DT – E il rischio sovraesposizione?

LB – Non siamo sovraesposti, se non hai voglia di vedere la tv la spegni.

DT – E cosa vorrebbe vedere in un museo tra cento anni?

LB – Io non ci sarò, anche se c’è chi parla di arrivare a 120 anni, io non credo di farcela, ne ho 50 adesso… però posso dire cosa vorrei che vedessero gli altri

DB – D’accordo …

LB – Non lo so, nel senso che non ci ho mai pensato. La nostra generazione è quella dei segni dell’incertezza, della non compiutezza, delle idee buttate lì…ma è da questo genere di situazioni che possono aversi poi le risposte più profonde, chissà.

DT – Probabilmente mai come in questo periodo in italia s’è parlato di cultura; purtroppo non nel bene. Non posso esimermi dal chiederle un parere sui tagli ai finanziamenti pubblici alla cultura e sulla conservazione del patrimonio storico-artistico italiano.

LB – Sui tagli è stato detto tutto e non vorrei aggiungere della banalità, semplicemente sono finiti i soldi e probabilmente non ce ne saranno più. A questo punto dobbiamo reinventarci il gioco, imparare ad essere competitivi. Prima si mungeva dall’Ente, spesso anche in maniera allegra, considerando quel danaro di nessuno. Non sarà più così

DT – E sulla tutela del patrimonio?

LB – Un patrimonio pesante e che fa invidia. Non mi scandalizzo per il crollo di un muro a Pompei, anche se non ci facciamo una bella figura, quello che mi indigna è il malcostume, è l’incuria. I soldi per le manutenzioni ordinarie sono sempre stati stanziati, ma le manutenzioni non ci sono mai state; insomma, non possiamo considerare il bene storico come un cappio al collo della nazione, dopodichè si può dire che con un patrimonio di tale entità, può anche accadere che un muro crolli…

DT – Parliamo di lei, come si diventa curatori?

LB – Io non mi considero un curatore, neppure il termine mi piace, mi ricorda troppo il medico, l’ammalato e la medicina. A me piace definirmi un critico e del resto trascorro parte della mia giornata scrivendo, e rispetto alle mostre mantengo piuttosto un approccio da amatore. Lavoro tutti i giorni, ma non ho una linea, né la cerco. Rovisto nel disordine, nella curiosità perché sono le scelte sbagliate che danno la misura del divertimento. E infatti non avrei mai frequantato una scuola per curatori, come quelle che usano oggi, ho sempre avuto troppe cose da fare

DT – E pure adesso non scherza, abbiamo saputo che per il 2011 lavora ad almeno due progetti, può anticiparci qualcosa?

LB – La prima è a Torino, nel cuore della città, al Museo di scienze naturali dall’11 febbraio, si chiamerà “Chilometri 011”. Lo spunto arriva evidentemnte dalla cucina a chilometri zero, con la particolerità che Torino negli ultimi anni, pur avendo avuto un effetto vetrina eccezionale, ha poco guardato alla produzione locale che pure è di grande interesse. Così ho considerato gli ultimi 15 anni, dando spazio a più generi: architettura, design, cinema, letteratura. Ed è una mostra virtuosa, realizzata con 60mila euro.

DT – Poi c’è un progetto per il museo Pecci di Prato, giusto?

LB – E’ un progetto che accosta musica ed arte in una sorta di storia comparata. Tutti ricordano i grandi concerti che hanno caratterizzato i decenni passati, pensiamo a Woodstock, per esempio, ma negli stessi anni molto si muoveva anche nell’arte, e ci sono state mostre di grande peso. Sarà che per la musica è una mia mania,  ma la trovo proprio una sfida interessante.

(Antonella Durazzo)

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