Corallo, tre secoli di “magia rossa” in mostra a Torre del Greco

Ritorna a Torre del Greco l’appuntamento con il ciclo di mostre biennali – inaugurate nel 1996 –  dedicate alla storia dell’arte del corallo e della [...]

Ritorna a Torre del Greco l’appuntamento con il ciclo di mostre biennali – inaugurate nel 1996 –  dedicate alla storia dell’arte del corallo e della sua produzione nel mondo. Nella cittadina vesuviana, capitale dell’arte della lavorazione dell’oro rosso quest’anno è la volta di Mirabilia Coralii. Manifatture in corallo a Genova, Livorno e Napoli tra il XVII e XIX secolo, a cura di Cristina Del Mare. A Palazzo Vallelonga, sede della Banca di Credito Popolare, fino al 30 gennaio

Ma cos’è il corallo? Cos’è quel materiale tanto prezioso da essere definito “oro rosso”? Era sangue della terribile Medusa per Plinio e Ovidio, lacrime di Allah per gli arabi, rappresentazione del sangue di Cristo in età medievale. Amuleto potente in Oriente, nel Mediterraneo, nell’Africa continentale, così come nell’Est europeo. È mutazione, interregno tra vita e non vita, nella simbologia alchemica che carica i ramoscelli pietrificati, eppure vivi e del colore della vita, di profonde valenze. “È carbonato di calcio secreto da un minuscolo polipo della famiglia dei celenterati entozoi che così costruisce il proprio scheletro“, affermano i biologi, poco avvezzi alla poesia del mito. A Torre del Greco il corallo è qualcos’altro. È ricchezza e sudore. Era fuga dalla miseria per le famiglie dei corallari. È storia, ma è anche leggenda, è la sapienza artigiana che s’è mescolata con l’antica vocazione marinara, impregnando indissolubilmente l’anima della cittadina vesuviana delle tonalità rossorosa. Le leggende sui pescatori corallari si sprecano. Figure eroiche o solo disperati in cerca del pane della sopravvivenza? S’imbarcavano già nel ’600 su piccolissimi legni, restando per mesi a bordo di feluche lunghe al massimo 10 metri col sogno di una pesca magica, la scoperta di un banco corallino eccezionale, proprio come quello che nel 1875. Fu trovato al largo di Sciacca, era alto 16 metri. Ne estrassero quintali e quintali di corallo di colore e qualità differenti. Troppo, fino ad inflazionare il mercato e far crollare i prezzi. Quel tesoro improvviso, quel ben di Dio, sembrò dono del demonio e impoverì ancor di più i torresi, ignari delle leggi del mercato. Folli e fatalisti i corallari, alla ricerca di protezione divina e vittime d’incrollabili superstizioni. Quella del capitano della famiglia Mazza che, ai primi del ’900, affidava la pesca alle decisioni di un pupazzo a molla. Dopo aver caricato il giocattolo, il luogo per calare l’”ingegno” (così si chiamava l’apposita rete) doveva corrispondere al punto dove era caduto lo sguardo del fantoccio a molla. Il lavoro che segue alla pesca non è meno duro, dalla sgrossatura dei rami di corallo alla realizzazione del gioiello, passaggi delicati e pazienti. Pochi gli incisori di fino assimilabili a veri e propri artisti; una schiera innumerevole, invece, gli artigiani-operai, gli addetti alla pulitura o al tornio, quindi le infilatrici, dedite a un lavoro delicato che le tecnologie hanno alleggerito solo in tempi recenti. A Torre del Greco la tradizione manifatturiera ha una data d’inizio, il 1805, quando un francese di Marsiglia, Paolo Bartolomeo Martin, chiese a Ferdinando di Borbone di poter ottenere una privativa per dieci anni sulla lavorazione del corallo. In cambio s’impegnava ad istruire il personale nella nobile arte del trarre gioielli e preziosità da quei banali rametti marini. Da allora la storia continua, con alterne vicende, superando le mode, le difficoltà del mercato, il mutare dei gusti.

LA MOSTRA

In oltre 150 oggetti il corallo viene presentato come come “passaporto rosso del Mediterraneo”, la rotte lungo la quale sono state tracciate le relazioni tra Genova, Livorno e Napoli, tra XVII e XIX secolo, tre antiche capitali italiane del corallo, tre città legate dal filo rosso del corallo che veniva pescato, scambiato e lavorato: Genova era nota soprattutto per paternostri e collane, ma anche per la curiosa invenzione di mattonelle realizzate con le spuntature del corallo di Sciacca, di cui alcuni esemplari sono esposti in mostra.

Livorno, invece, rappresentò soprattutto la piazza principale delle contrattazioni, del commercio, ma anche di una produzione raffinata tanto da attrarre importanti committenti come la famiglia dei Medici. Un anello di corallo intagliato con le armi dei Medici e dei Cappiello, della prima metà del Seicento e proveniente dal Museo degli Argenti e delle Porcellane di Firenze, ne è un’importante testimonianza nel percorso espositivo.

Nel Regno di Napoli spetta a Torre del Greco, il primato di lavorare e trasformare la materia corallina in veri e propri capolavori di oreficeria e glittica per cui ancora adesso è nota in tutto il mondo.

Un esempio per tutti: la splendida spada di gala donata a Napoleone Bonaparte dalla sorella Carolina Murat, tempestata di cammei in corallo prodotti dalla “Real Fabbrica de’ Coralli”, primo opificio corallino a Torre del Greco. Manifatture che sedussero la corte napoleonica tanto da suscitare una vera e propria moda del “gioiello da giorno” in corallo, come dimostra il diadema e pettine in argento dorato e corallo rosa, appartenuti a Letizia Murat ed oggi al Museo Napoleonico di Roma. E ancora l’importante cammeo ovale, di collezione privata, raffigurante tre amorini nella fucina di Cupido in corallo giapponese, che trova ispirazione nelle pitture pompeiane della casa dei Vettii, insieme alle spettacolari parure in stile neoclassico o floreale, pregevoli esempi delle manifatture napoletane degli anni centrali dell’Ottocento, anch’essi presenti in mostra.

Piccole sculture, arredi, ma soprattutto gioielli e curiosité di tre secoli d’arte del corallo che rappresenta un Made in Italy ante litteram che tanto ha segnato il gusto e la moda femminile. Informazioni

081 358 1562/563/524; www.bcp.it (AD)

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