Non finiscono le commemorazioni caravaggesche in questa fine d’anno che ricorda il quarto centenario dalla morte del pittore. E se tra mostre ed eventi speciali, molto è stato detto sull’artista che dipinse poco, morì giovane ma riuscì a cambiare il corso dell’arte, restano ancora densi i misteri sulla sua tecnica straordinaria. In che modo dipingeva? Quale illuminazione adoperava nella sua bottega per ottenere quei “tagli” di luce così moderni e “cinematografici”? Adoperava lenti, specchi e particolari strumenti?
Gli studi a questo proposito non sono mai finiti, e pur non essendo approdati a certezze assolute, sono diverse le ipotesi che corrono
tra gli esperti. Quattro di queste saranno spiegate e “sezionate” nella mostra “Caravaggio. La Bottega del Genio”, dal 21 dicembre a Roma, Palazzo Venezia dove, nelle cosiddette “sale Quattrocentesche” su idea di Rossella Vodret e con la cura di Claudio Falcucci è ricostruita la bottega di Caravaggio.
E’ un’ipotesi di allestimento, sia chiaro, che cerca di “fare luce” sui processi creativi ed entrare nei meccanismi delle composizioni caravaggesche e del singolare approccio alla realizzazione delle opere partendo da recenti ricerche e da fonti documentarie contemporanee all’artista. Fonti letterarie (quali Mancini, Baglione, Sandrart, Bellori) e quelle archivistiche come l’Inventario delle robbe del 1605, che elenca i beni posseduti dal pittore nel 1605.
Tenendo conto delle conoscenze scientifiche del tempo la mostra presenta quattro ipotesi di ricostruzione delle tecniche esecutive di Caravaggio utilizzando come modelli sculture in vetroresina: dalla Canestra di frutta al San Girolamo scrivente, dal Bacchino malato alla Medusa.
Le prime tre ipotesi sono in relazione alla Canestra e si basano sul ricorso a lenti, fori stenopeici - un semplice foro posizionato al centro di un pannello che funge da obiettivo - e specchi per la proiezione del soggetto sulla tela come guida per l’esecuzione pittorica, ma soprattutto come mezzo per osservare la realtà.
La Magia Naturale di Giovan Battista della Porta (1558, ma riedito con ampliamenti nel 1584, periodo nel quale Caravaggio studiò a Milano presso la bottega di Simone Peterzano) è una delle fonti che può aver ispirato questo metodo. La canestra di frutta, presente nell’allestimento grazie a una ricostruzione realizzata in vetro resina sul modello originale, proiettata su tre tele consente di verificare la diversa messa a fuoco.
La quarta ipotesi prevede invece l’impiego di uno specchio piano, il cosidetto specchio grande citato nel prima ricordato Inventario delle robbe, usato come piano di riflessione per i modelli. Praticamente uno schermo di traduzione ottica bidimensionale della composizione scenica. Il visitatore può così prendere il posto del pittore, vivere la scena visualizzando il modello nello specchio così come potrebbe averlo collocato Caravaggio nel mettere a punto la sua composizione, vedere accanto a lui la tela preparata con lo stesso tono e le medesime incisioni presenti nell’originale. Il modello, in questo caso, è il San Girolamo scrivente della Galleria Borghese, anch’esso realizzato in vetroresina in dimensioni al naturale. L’uso dell’immagine riflessa per lo studio del chiaroscuro e dello scorcio è illustrato e commentato attraverso i trattati di Leonardo, Leon Battista Alberti e Filarete.
L’iniziativa della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma si completa con un ciclo di conferenze e approfondimenti.
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