Pompei: chi può salvare il salvabile?

Ci voleva il crollo della Schola Armaturarum per porre, finalmente, la questione del degrado e della slavaguardia del patrimonio storico e artistico nazionale sotto i [...]

Ci voleva il crollo della Schola Armaturarum per porre, finalmente, la questione del degrado e della slavaguardia del patrimonio storico e artistico nazionale sotto i riflettori dei media e della politica. Doveva venir giù un pezzo di Pompei per muovere lo sdegno che neppure i recenti “dissesti” del Colosseo erano riusciti a suscitare. E a poco servono gli accorati appelli di associazioni come il Fai, impegnata da anni in una meritoria opera di sensibilizzazione e tutela del patrimonio, per rendere partecipe l’opinione pubblica del reale stato di conservazione dei tesori nazionali. Già, perché in tutto questo parlare di tutele mancate, ivestimenti zero, turismo culturale ecc, una buona parte delle responsabilità è giusto che se le prendano anche gli italiani, notoriamente poco attenti al bene comune. Gli italiani che in grande maggioranza neppure conoscono quel “ben di Dio” che posseggono, e che rischiano di perdere prima ancora d’imparare a conoscere.

Il Vesuvio visto dagli Scavi di Pompei

Ma qui si ritorna al punto di partenza, alle mancanzea storiche delle politica che mai ha indirizzato progetti di ampio respiro tesi ad una fruibilità “popolare” di musei e siti archologici. A tal propsito rimandiamo a due articoli già pubblicati: il dossier musei del TCI del 2009 e uno studio di Civita sui musei archologici italiani. In entrambi si evince come questi luoghi di per sè meravigliosi manchino in tutto o in parte di servizi e strutture che possano ampliarne la fruizione del pubblico. Sterile proporre parate di “capolavori” senza offrire gli strumenti culturali per apprezzarli; ed è inutile aspettarsi, quando il degrado si rende visibile,  il sincero moto di ribellione da parte di chi non è stato mai messo in condizione di comprenderne pienamente l’importanza. Ed è qui che hanno buon gioco quelli che dicono che “tanto di cultura non si vive”.  Nente di più errato, un esempio banale e parziale arriva da una recente indagine della Camera di Commerico di Monza (leggi articolo) dove si calcola che  “il valore del brand di alcuni tra i monumenti italiani più noti ò stimato in quasi 400 miliardi di euro. Un valore che non riguarda il patrimonio tangibile ma e’ legato all’immagine e alla visibilità del marchio”. Insomma, si parla solo di quanto potrebbero generare ipotetici “marchi”.

A onor del vero c’è da dire che se i musei italiani sono “belli e impossibili” è  perché si tratta in prevalenza di strutture vecchie, concepite spesso con criteri ottocenteschi. E pur non mancando iniziative che vanno proprio in direzione di una diversa fruibilità delle collezioni; si finisce sempre con lo scontrarsi con carenze economiche. E qui tralasciamo volutamente il problema degli ultimi tagli alla cultura, un terremoto che il 12 novembre porterà ad una “serrata” di numerose isituzioni culturali italiane. Protesta organizzata da Federcultura col sostegno del Fai prima ancora che scattasse l’emergenza Pompei (leggi articolo).

Ma torniamo a Pompei e ai tentativi di una diversa fruibilità dei siti culturali, perché a voler essere onesti qualche esperimento c’è stato di rendere la città sepolta “aperta” ad una maggiore frequentazione. Itinerari ad hoc, mostre multimediali, la riapertura del teatro Grande ecc. Iniziative che Daring ha sempre segnalato (basta fare una ricerca interna e le trovate tutte) con la consapevolezza che pur non essendo sufficienti a “salvare” la città (e infatti c’è chi le ha liquidate come operazioni di facciata) comunque vanno a stimolare l’interesse del pubblico. Un pubblico consapevole può invece fare molto e da qualche parte bisognerà pure cominciare. E così nell’ultimo week end di Ognissanti proprio in risposta ad alcune iniziative ad hoc si sono registrate 20.307 presenze, con un incremento del 66.71 %  dei visitatori rispetto al 2009.

Non male per un sito che pur essendo tra i luoghi dell’archeologia più importante al mondo, comunque non riesce a mantenersi ed è in deficit di 3milioni l’anno. Cosa che rende complicata anche l’ amministrazione quotidiana  e la stessa manutenzione ordinaria non viene eseguita almeno da mezzo secolo, come ha ammesso Roberto Cecchi, segretario generale del Mibac.  E se è dalla cura qutidiana che si comincia, come evidenzia ancora Cecchi,  ciò non toglie che per Pompei (ma non solo) c’è necessità di investimenti straordinari (per entità). Ma dove prendere i soldi? L’anno scorso  Rocco Buttiglione, già ministro per i Beni Culturali propose non si sa quanto provocatoriamente di cedere il patrimonio artistico agli stranieri, precisamente avanzò l’idea di “prestiti di lungo termine di alcuni nostri beni culturali ai musei stranieri, per averne in cambio restauri, finanziamenti, promozione culturale dell’Italia”. Una soluzione pragmatica che comunque segnerebbe la sconfitta del Paese, siamo disposti ad accettarla? Altra proposta l’avanza il britannico The Guardian, che dicendosi contrario alle vandite agli stranieri lancia per Pompei una non ben definita mobilitazione internazionale – d’altronde si tratta di un bene dell’Umanità – magari qualcosa che potrebbe ricordare quanto accadde all’indomani dell’incendio del teatro alla Fenice di Venezia, dove davvero il mondo della cultura si è reso attivo a livello planetario. Ma fatta salva Pompei (eventualmente), cosa sarà del resto?

L’elenco del degrado è lungo, troppo lungo e non vorremmo essere costretti a tornare sull’argomento al prossimo crollo. (AD)

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