Sedersi a chiacchierare con Gabriele Lavia è un po’ come dialogare con circa quarant’anni di storia del teatro italiano. Come attore ha calcato tutti i palcoscenici più importanti del Paese, si è messo alla prova con tutti i grandi autori, ma lavora anche come regista di teatro e cinema. Negli occhi la “fiammella” che arde nello sguardo degli attori, la voce e il gesto raccontano storie infinite.
DT - Ultimamente è in scena con un recital dedicato a Leopardi: perché sostiene che le poesie non vanno “recitate” o “lette”, ma “dette”?
GL – Il problema della poesia è controverso. Una volta, nei tempi antichi la poesia era solo “detta”, “epica”. Poi è venuta un’idea del tutto improvvida secondo la quale vada solo “letta”. Io non so se vada detta o letta, ma con questo recital la poesia viene detta, facciamo epica. Recitare è una forma del dire.
DT – E come mai la scelta delle poesie di Leopardi?
GL - Sono poesie talmente belle e profonde che basta “dirle”, pronunciarne il suono, no ci vuole altro. Da ragazzo le ho imparate a memoria, per portarle sempre con me. Dirle al pubblico è sempre una grande emozione anche se resto immobile per tutto lo spettacolo. Eppure ripercorrere quelle emozioni per me è come fare una maratona. Questa volta (siamo a verbania, Villa Giulia poco prima del recital ndr) non ho fatto in tempo a passare da Roma a prendere l’abito dei recital e così mi sono comprato una giacca nera prima di arrivare.
DT – Nei cartelloni dei teatri continuano a comparire i grandi classici, da Molière a Shaskespeare. Segno che la gente ha ancora voglia di teatro e di teatro classico?
GL - Il teatro è il teatro. Non c’è differenza tra autori contemporanei o antichi. Il testo è l’unica possibilità che noi abbiamo di fare il teatro. Che poi chi sa cos’è il teatro? Mah. Eppure noi siamo costretti per farlo a mettere in scena testi brutti, belli, mediocri orridi…. Tutto per avvicinarsi a quell’assoluto che è il teatro. Così come per fare musica ci vogliono degli strumenti. Possiamo però farla anche senza strumenti: magari fischiettando o battendo le mani, ci si avvicina di più all’assoluto della musica che con un’orchestra di centoventi elementi che suonano malissimo.
DT – Per un attore il teatro è casa sua, anzi, è tante case, almeno quanti sono i placoscenici che si ritrova a calcare. Ci dica qualcosa del teatro come luogo, ad esempio si “lavora” meglio in uno spazio moderno?
GL - Purtroppo gli architetti moderni non sanno fare i teatri. E’ una battaglia perduta. Sa a chi bisognerebbe farli costruire? Agli uomini di teatro, che sanno quali sono i problemi. Si parte da un errore di fondo: considerare il teatro come un’architettura. Non è così. Il teatro invece è come uno strumento musicale: come un violino. Per fare un violino ci vuole un falegname che si chiama liutaio. Per fare un teatro allora ci vuole un architetto “teatrante”. Però sono sicuro che sto dicendo delle sciocchezze, sono sicuro di sbagliarmi e non vedo l’ora di vedere nuovi teatri in giro per il Paese.
DT - In effetti il periodo non è proprio favorevole, anche se esistono in giro progetti di nuovi teatri
GL - Mi sembra bellissimo che ci sia, anche nelle amministrazioni, chi ci pensi, in un momento in cui si guarda a tutto fuorché ai teatri. Del resto, che città sarebbe una città senza teatro?. (Maria Elisa Gualandris)
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