Van Gogh – Gauguin. Due grandi mostre e un’amicizia complicata

Una coppia che ancora si rincorre nell’immaginario collettivo: Vincent van Gogh e Paul Gauguin, amici – nemici ai quali la storia ha opportunemente riservato un [...]

Una coppia che ancora si rincorre nell’immaginario collettivo: Vincent van Gogh e Paul Gauguin, amici – nemici ai quali la storia ha opportunemente riservato un posto speciale.

E’ ormai datata a otto anni fa la mostra che ad Amsterdam, al Museo van Gogh, proponeva un confronto tra le opere dei due evidenziando reciproche influenze e diversità. Un evento memorabile che, come ogni racconto che incroci le vicende dei due pittori, prendeva le mosse da quelle nove settimane ad Arles dove, su invito di Vincent, Gauguin s’era recato per dare il via con l’amico ad un sorta di comune d’artisti, lo Studio del Sud. Nove settimane che finirono male ma che cambieranno per sempre la storia dell’arte.  Vincent che compie il gesto dell’automutilazione dell’orecchio, ma forse no, fu Paul a “farglielo fuori”, con un fendente, in seguito ad una furibonda litigata per una donna (così sostengono Hans Kaufmann e Rita Wildegans nel saggio L’orecchio di Van Gogh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) e Gauguin che abbandona Arles. I due non si rivedranno mai più: van Gogh si ricovera in manicomio e quindi va ospite a casa del dottor Gachet dove sette mesi dopo si sparerà. Paul, invece, anche dopo la morte dell’amico (1890) continua ad errare nel mondo alla ricerca di una propria dimensione artistica.

Vincent van Gogh, Autoritratto, 1887 Olio su cartone, 42 x 34 cm Rijksmuseum, Amsterdam

L’autunno 2010 vede in qualche modo due protagonisti dell’arte moderna ancora incontrarsi, questa volta in un confronto giocato sull’asse Londra Roma. Nella capitale britannica, alla Tate Modern di scena è Paul Gauguin in una mostra (leggi articolo)  che ripercorre attraverso cento opere quella ricerca del mito, sia esso cristiano o pagano, che caratterizzerà sempre l’opera di Gauguin: dai soggiorni nella “devota” Bretagna al volontario esilio dei tropici dove il pittore sostituirà la rappresentazione religiosa cristiana al racconto della tradizione locale.

Gauguin. Autoritratto con Papau Manau tu

Per Vincent van Gogh la sacralità, invece, era da ricercare nella natura. E’ quanto ben sottolineato nella mostra inaugurata a Roma, al Vittoriano, nei giorni scorsi (leggi articolo) dove una settantina di opere di van Gogh, accompagnate da una trentina di capolavori di altri artisti (ci sono anche le Lavandaie al Canal Roubine du Roi di Gauguin) suggeriscono un confronto tra il mondo della campagna che Vincent idealizzava e la modernità della città, allora sul punto di trasformarsi definitivamente sulla spinta dell’industrializzazione.

Due mostre che meritano entrambe di essere “vissute” più ancora che semplicemente viste, ricche – tra l’altro – di un buon numero di autoritratti che rilasciano al pubblico del XXI secolo l’immagine che i due artisti avevano di se stessi e l’uso che ne facevano per le loro finalità artistiche.

E’ acclarato, tuttavia, che l’incontro tra Vincent van Gogh e Paul Gauguin, una storia fatta di reciproca ammirazione, amicizia e rivalità (a testimoniarlo ci sono ampi epistolari) fu una fonte d’ispirazione per entrambi, come se la loro diversità di vedute, che fu fonte di tanti litigi (per van Gogh una pittura forsennata ma intesa come missione – per Gauguin la ricerca meditata di un altrove primordiale. Direttrici che, sintetizzando, diedero luogo da un lato all’Espressionismo e dall’altro al Simbolismo), avesse inciso più di quanto essi stessi si aspettavano.

E se la storia ha posto su Van Gogh la medaglia del pittore più grande e più infelice della modernità, su Gauguin, pur nel generale apprezzamento, l’immaginario gioca per così dire “sporco”. Gauguin come l’eroe di un romanzo di Joseph Conrad, giramondo e senza pace, una personalità incombente e bohemien. Emblematico il ritratto che nel 1956 ne fa Vincent Minnelli nel film “A Lust for life” (Brama di vivere) dove affida il ruolo di Gauguion ad Anthony Quinn rimandandone il ritratto di una sorta di bullo grossolano, di un uomo interessato e che non ha alcuna simpatia per l’anima sottile di Vincent, interpretato da un ottimo Kirk Douglas.

Insomma Vincent vittima della prepotenza di Gauguin? Vittima di se stesso, e sarebbe più corretto. Un buon punto di equilibrio lo trova Martin Gayford, ne “La casa gialla. Van Gogh, Gauguin e nove turbolente settimane ad Arles”- (Excelsior 1881, Milano 2007)  “Uno era un francese quarantenne con una famiglia lontana e un passato nel mercato finanziario, l’altro era un olandese di trentacinque anni che si era cimentato in varie mansioni”[…]. Paul aveva un temperamento sanguigno, era appassionato di scherma e di boxe, era cattolico di educazione, provava una profonda ammirazione per Cézanne e, soprattutto,  eseguiva le sue opere a memoria, meditandole e usando l’immaginazione. Vincent, dal suo verso detestava profondamente le opere del più cubista degli impressionisti, provava orrore per qualsiasi tipo di arma, era protestante e devoto (in gioventù voleva fare il predicatore) e per dipingere aveva bisogno di un modello da guardare. Le cose che li accomunavano erano dunque ben poche: “ erano entrambi bassi, persino secondo gli standard della Francia dell’Ottocento”, […], scoprirono il sacro fuoco della pittura alquanto tardi ed erano assidui delle maisons de tolérance (“Tenevamo una scatola: un tanto per le sortite igieniche notturne, un tanto per il tabacco, un tanto per le spese occasionali, affitto compreso”) […].

Su queste fragili basi la convivenza proprio non poteva reggere.

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