Brune – Bionde. Una storia del cinema e di capelli

Una mostra quantomeno insolita quella aperta ieri alla Cinémathèque française, Parigi. La si potrebbe definire come un viaggio nella storia del cinema attraverso le capigliature [...]

Una mostra quantomeno insolita quella aperta ieri alla Cinémathèque française, Parigi. La si potrebbe definire come un viaggio nella storia del cinema attraverso le capigliature femminili, ed è così ma non è tutto, considerando che il taglio di capelli, e il colore soprattutto, si sono caricati nel tempo di significati che vanno ben oltre la storia del costume. Le brune sono pericolose e seducenti, e le bionde? Sono tutte bravi mogli, ma non credetci troppo: è così solo nei film americani degli anni ’30 e relativamente alle chiome di un rassicurante color grano e non certo della sfumatura intensa e rossa di quel “biondo fragola” coniato dieci anni dopo apposta per Rita Hayworth – Gilda. L’amante che ogni americano avrebbe voluto. Rita, colei che coi capelli recitava.

Storie di capelli, storia dello stile, storia dell’evoluzione femminile e dello sguardo  sensuale che tanti registi (e la lista è davvero lunga) hanno posato sul capo delle donne caricando le immagini di zazzere fluenti e in movimento. Perchè la rappresentazione dei capelli è indissolubilmente legata alla sfera del desiderio, alla vertigine dell’amore e dunque non è affidata alla casualità.  E se per Hitchcock la perfetta donna misteriosa non può che essere bionda, nordica e sottile, per Antonioni che riprende con ossessione i capelli di Monica Vitti, il movimento di quei fili d’oro mossi dal vento si carica di significati emotivi indipendenti dallo stesso personaggio.  I capelli, insomma, come un’interfaccia tra la vita e l’arte.     

Brune /Blonde è  il titolo della mostra ideata da Alain Bergala che rimarrà allestita fino al 16 geannio nel museo parigino, e confessa, il curatore, che quando faceva il critico cinematografico a lato prendeva nota delle capigliature femminili, evidentemente quando vi trovava un minimo di senso,  e s’è ritrovato con 4500 note al riguardo.

Lungo gli assi, sia estetico e tematico, la mostra si articola in cinque sezioni che attraversano il mito; la storia e la geografia dei capelli, gli atti dei capelli (Gilda sei presentabile? Dice Glenn Ford prima di aprire la porta e allora lo schermo viene inondato dalla cascata rossa dei capelli di Rita -  Gilda  che solleva il capo all’indietro), poi i capelli al centro della fiction (le metamorfosi, il travestimento, la reliquia)  fino a diventare oggetto di astrazione. Per ogni sezione  ecco i grandi classici e i film marginali, esempi dal cinema occidentale e dal cinema orientale, dal cinema di ieri (Buñuel, Hawks, Antonioni, Fuller, Bergman …) e di oggi (Wong Kar Wai, Abbas Kiarostami, Godard …).

Un percorso che concede al visitatore di formulare anche una sorta di cronologia dello stile del capello nel cinema, sondare l’influenza del film nell’immaginario collettivo e di quei registi che si sono rivelati grandi fornitori di icone, e poi di ritrovare le attrici che lanciando moda e stili hanno guidato le scelte di tante generazioni. I capelli corti negli anni ’20 (Louise Brooks), i capelli platinati degli anni ’30 (Jean Harlow), quelli rosso fiammante degli anni 40 (Rita Hayworth); e poi i capelli sciolti e lisci di Brigitte Bardot negli anni ’50, il taglio androgino di Jean Seberg negli anni ’60,  l’oro sovrano di Catherine Deneuve e ancora i provocatori cambiamenti della latina Penélope Cruz in veste Madonna, immagine questa, scelta per il manifesto della mostra.

Brune /Blonde riserva spazi anche ad altre arti poiché molti pittori, scultori e fotografi hanno catturato la grazia dei capelli.  Ecco allora che l’opera pop  di McDermott & McGough interagisce con una tempera preraffaellita (Dante Gabriel Rossetti), le litografie Art Nouveau  di Alphonse Mucha dialogano con un dipinto surrealista (Paul Delvaux), una scultura del diciannovesimo secolo di Auguste Rodin, posta accanto alle fotografie  minimaliste in bianco e nero di Francesca Woodman . E non è solo tricologia.

La Danaïde, Auguste Rodin (1889)

Le Mépris, Jean-Luc Godard, 1963 © StudioCanal

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