Quando a Norman Mailer chiesero di commentare il suicidio di Marilyn Monroe, lo scrittore della beat generation fu illuminante: “Per sopravvivere avrebbe dovuto essere più cinica – disse - o almeno, essere più vicina alla realtà. Invece è stata un poeta di strada che cercava di recitare le sue poesie ad una folla che le aveva strappato i vestiti “.
Di quanta poesia fosse capace Marilyn è un dato inciso nel non scritto della sua biografia, nel velo malinconico che riveste il suo sguardo, nel sapere che la buffa e la più bella delle ragazze fosse lacerata dal dolore. Ma che fosse capace anche di esprimersi per iscritto con folgoranti espressioni poetiche, questo è ancora tutto da scoprire. O meglio, è quanto il mondo si accingerà a trovare nella lettura di Fragments, la raccolta di scritti autografi in uscita mondiale contemporanea mercoledì, 6 di ottobre. Raccolta pubblicata in Italia da Feltrinelli. Sono mesi, oramai, che il libro cattura l’attenzione dei media, coperto com’è da una cortina di silenzio appena scalfita dagli editori. Come l’elvetico Bernard Comment, il curatore dei diari, che nei mesi scorsi, nel rivelare a Le Figaro (leggi articolo) qualche minima anticipazione, parlava di una donna capace di visioni poetiche. “Vi è una certa malinconia nel tono del libro – diceva - e ciò che è bello in certe note è il modo con cui le idee sono associate, anche se sono sparse sulla pagina“.
La prefazione è stata affidata, per tutte le edizioni, al romanziere Antonio Tabucchi, che conferma: “All’interno di questo corpo ha vissuto l’anima di un poeta e intellettuale che nessuno sospettava“.
In realtà la scrittura per Marilyn è una pratica quasi compulsiva che si porta dietro sin dall’adolescenza. Scrive quando è triste ed è sola, scrive nei suoi rari momenti di felicità. Registra i suoi pensieri, li rende eterni parlando della sua solitudine e dei suoi desideri, scrivendo di morte, suicidio e abbandono tra note, ricette, lettere ai medici, nel coas di quadernetti, di fogli volanti o di fatture riutilizzate. E la poesia è lì, quasi sempre, a dirci che solo dopo 48 anni da quella notte del 5 agosto, Marilyn riesce a dire la sua. Dopo le mille biografie mai completamente vere, mai del tutto false: dopo le innumerevoli descrizioni, i racconti, le testimonianze di chi con o senza titoli per farlo ha variamente attinto dal mito.
Ecco allora che Marilyn si alza in piedi e ci racconta, a 48 anni dalla morte, di una donna alla perenne ricerca di una propria identità e messa con le spalle al muro da un sistema che non le chiede di avere nè pensieri né personalità, le chiede solo di essere muta e biondissima perché Hollywood dei suoi impulsi intellettuali non sa propro cosa farsene. E così l’avida lettrice e la compulsiva diarista rimangono per quasi mezzo secolo in disparte, nelle casse polverose che il suo maestro all’Actors Studio, Lee Strasberg eredita all’indomani della tragica morte. Per quasi quarant’anni quelle casse sono rimaste chiuse, fino a quando Anna Strasberg, vedova di Lee, ha deciso per la pubblicazione dei manoscritti, affidandone la cura all’editore francese Bernard Comment che mette insieme e riordina per diari, poesie, lettere (nel libro riprodotte in facsimile) e foto personali (una trentina in tutto) che ritrovano aspetti del tutto inediti della star.
C’è il ricordo di una bambina terrorizzata davanti all’uccisione del suo cagnolino Tipp; c’è la ventenne che racconta come abbia scoperto il tradimento del marito (il primo) James Dougherty; ci sono le poesie dedicate al suo terzo marito, il commediografo Arthur Miller, ormai indifferente al suo amore; ci sono i suoi ultimi tempi: le pillole e le lunghe notti d’esasperante insonnia, c’è la sua depressione, gli impulsi autodistruttivi, ma pure l’amore per la letteratura e la poesia “…a 26 anni aveva scoperto James Joyce, eseguendo brani tratti dal leggandario monologo di Molly. – precisò Bernard Comment a le Figaro- Ha ammirato anche Samuel Beckett, […] Più sorprendente ancora, il suo fascino per il bardo, Walt Whitman, il fondatore della moderna poesia americana “.
E assicura, l’editore, questi testi potranno dar luogo a interpretazioni e commenti, “ma non c’è nulla di sporco in loro, o di bassa classe, nessun gossip, c’è intimità ma senza esibizionismo”. E allora per rispetto, vogliamo concludere ricordiando la Marilyn più glamour, quella che appella col nomignolo di “misfit” (traducendo alla lettera: disadattato) i suoi amanti – John Kennedy incluso -, quella che ha saputo, seppur per brevi istanti, anche essere felice, o come diceva lei, “mai felice ma certa di poterlo essere”.
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