“I pugni in tasca”, a teatro

E’ il 1966, il mondo del cinema si stupisce davanti ad un piccolo film girato in economia da un regista semi sconosciuto, gli ambienti sono […]

E’ il 1966, il mondo del cinema si stupisce davanti ad un piccolo film girato in economia da un regista semi sconosciuto, gli ambienti sono le asfissianti mura di una casa borghese mentre gli esterni riprecorrono una provincia italiana, Piacenza e dintorni, ben poco o nulla considerata dalla settima arte. Quel film che arriva come un pugno nello stomaco a svelare mali e menzogne familiari e ad anticipare critiche che solo nel ’68 saranno portate all’evidenza generale è  “I Pugni in tasca”, di Marco Bellocchio. Una delle opere d’esordio più riuscite che la storia del cinema ricordi.

Come una storia possa tornare simile a se stessa a oltre 40 anni di distanza è il mistero dell’universalità dell’arte. E del teatro. Già, la riduzione teatrale de “I Pugni in tasca” è una delle novità più attese della prossima stagione. Prodotto dal Teatro Stabile di

Ambra Angiolini

Firenze con la regia di Stefano De Santis, il dramma vede protagonisti Ambra Angiolini e Piergiorgio Bellocchio con Giovanni Calcagno, Aglaia Mora, Fabrizio Rongione, Giulia Weber. Ambra nel ruolo tragico che fu di Paola Pitagora? Pare proprio di sì, ma meglio lasciare una porta aperta ai punti interrogativi, tanto più che al momento ben poco è dato sapersi. La data del debutto nazionale c’è: il 14 e 15 gennaio al Teatro Comunale di Pietrasanta (Lucca) poi  un lungo tour che porterà la compagnia a Siena (Teatro dei Rinnovati 21/23 gennaio); Firenze (Teatro della Pergola 25/30 gennaio); Roma (Teatro Quirino 1/13 febbraio); Napoli (Teatro delle Palme 23/27 febbraio); Reggio Calabria (4/6 febbraio); Brescia (30 marzo – 3 aprile); tanto per segnalare solo le piazze principali.

Scrive Marco Bellocchio in una breve nota: “Io oggi penso a I pugni in tasca come a un dramma della sopravvivenza in una famiglia dove l’amore è del tutto assente. Si vive in un deserto di affetti senza nessuna prospettiva per il futuro, una situazione di immobilità assoluta che fa pensare a un carcere o a un manicomio senza speranza di guarigione, rieducazione, riabilitazione, rinascita … Manicomio o carcere interiori perché non ci sono sbarre e le porte sono aperte. Ogni fratello cerca a suo modo di sopravvivere, tranne il fratello apertamente folle che urlando ricorda continuamente il suo passato, la sua rabbia, il suo odio, il suo dolore… È una famiglia in cui c’è una madre che sembra buona, caritatevole (la “santa” de L’ora di religione), ma che in realtà imponendo a tutti i fratelli la pazzia terrorizzante del primogenito, coerentemente con i principi della sua religione, educandoli alla sottomissione e alla rinuncia alla sofferenza, li ha ridotti ad essere come degli animali notturni che escono e si muovono soltanto quando il pazzo dorme (un po’ come l’orco della favola). E perciò annoiati sfaccendati non fanno nulla, sprecano così la loro giovinezza. Non lavorano, non studiano, inventandosi una malattia organica che li obbliga all’inattività, all’ozio, assecondati dalla madre (il padre è del tutto assente. Fuggito, morto in guerra?), l’unico che lavora è Augusto il quarto fratello che amministra male un patrimonio terriero che rende poco e permette alla famiglia una vita confortevole ma senza alcun lusso.

Piergiorgio Bellocchio

Immobilità, inerzia, ripetitività. Ma come in tutti i drammi ad un certo momento Alessandro farà una cosa. Le continue fantasticherie a cui si abbandona tutto il giorno quasi per caso gli offriranno una possibilità concreta. La possibilità di compiere un delitto. Si accende un motore e da quel momento la sua vita prenderà velocità e come nell’apprendista stregone il guidatore perderà ogni controllo e finirà per sfracellarsi”.

Nel film Bellocchio accusa duramente l’ignavia di una società autodistruttiva e incapace di riflettere su un’inerzia che si rivelerà fatale. Sembra oggi.

In uno spazio chiuso vivono i componenti di una famiglia senza pace, cinque personaggi legati gli uni con gli altri, che soli non hanno ragione di esistere: una madre  ancorata ai ricordi; un fratello minore, Leone, affetto da ritardo mentale e per questo considerato inutile ; Augusto, il maggiore, ambizioso ma cinico e mediocre nella sua “normalità; e Giulia, l’unica sorella, che vive un rapporto morboso che culminerà nell’incesto con l’ultimo fratello, Alessandro. E’ questi  il protagonista, quello che avverte maggiormente il disagio della famiglia e cerca il modo per risolvere una situazione diventata insostenibile. Incapace di relazionarsi al mondo che è fuori da quelle mura, Alessandro è ossessionato dalla sua famiglia a tal punto da deciderne la distruzione.

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