“Gauguin: creatore del mito” torna a Londra

A Londra hanno atteso oltre messo secolo per tornare a dedicare a Paul Gauguin (1848-1903) una grande esposizione. E per la serie meglio tardi che [...]

A Londra hanno atteso oltre messo secolo per tornare a dedicare a Paul Gauguin (1848-1903) una grande esposizione. E per la serie meglio tardi che mai, vi pone rimedio la Tate Modern che dal 30 settembre propone “Gauguin: creatore del mito”, una delle mostre più interessanti dell’autunno europeo, allestita nel museo londinese fino al 16 gennaio 2011. Riunendo più di cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, il team di curatrici formato da Belinda Thomson, storico dell’arte e tra i maggiori specialisti di Gauguin; Cristina Cavalli, curatore della Tate; e Amy Dickson, assistant curator; ha scelto di evidenziare il particolare approccio dell’artista alla narrazione.

Post-impressionista e pioniere del modernismo, di Gauguin l’ idea più diffusa ne esemplifica l’immagine come quella del romantico artista bohemien.  Personalità incombente, giramondo e grande come la sua arte nell’immaginario del pubblico, autore d’immagini forti e audaci frutto di una scelta radicale che voleva prendere le distanze dall’influenza dell’impressionismo. Questa mostra più che smontare l’icona Gauguin vuole svelare al pubblico la complessità e la ricchezza delle sue strategie narrative ed esplorare come miti e  favole, non importa quale fosse la loro origine, siano stati fondamentali nell’ispirare la sua creatività.

Visione dopo il sermone

In mostra molte delle sue opere più celebri come quella Visione dopo il Sermone (1888) in prestito dalla National Gallery of Scotland, ispirata ai costumi della Bretagna. Oppure  Teha’amana (1893) in arrivo dall’Art Institute of Chicago. Opera dipinta durante l’auto esilio a Tahiti, in quei mari del Sud  dove cercò rifugio fuggendo alla civiltà europea. Ispirato dalla vegetazione tropicale di Tahiti, dalla fauna e dalla vita quotidiana dell’isola, Gauguin finì per immergersi nella cultura locale investendo la sua arte con un significato più profondo: quello tramandato dal rito e dal mito coltivati nel luogo. Così se da un lato Tahiti rivitalizzò la produzione dell’artista, da un altro punto di vista le opere dipinte coi colori del sole erano una continuazione di  precedenti ricerche svolte in Bretagna, in Martinica e ad Arles, dove il pittore s’era già lasciato sedurre dalle rappresentazioni della religione, della fiaba, del mito e della tradizione.

Mai più

Uno dei punti culminanti della rassegna è certo nella sala dedicata agli autoritratti, dove spiccano opere dello spessore de l’Autoritratto come Cristo nel Giardino degli Ulivi (1889) del Norton Museum of Art, in  Florida e l’Autoritratto con Papau Manau tu (1893) del Musée d’Orsay di Parigi. Opere che dimostrano l’attitudine di Gauguin a sostenere una sorta di gioco di ruolo adottando forme diverse: la vittima, il santo, il peccatore. Così l’artista ha continuamente rimodellato la sua identità dando luogo a quella che viene considerata la serie più straordinaria di autoritratti da Rembrandt in poi.

Autoritratto con Papau Manau tu

Altro aspetto poco considerato dell’arte di Gauguin è la vasta gamma di supporti di cui seppe fare uso: dalla pittura alla ceramica agli acquerelli, e poi sculture e oggetti decorati che in mostra sono collocati affianco a rare lettere illustrate, schizzi, memorie e articoli che ne rivelano le intuizioni e l’aspetto più intimo della sua pratica d’artista e dei suoi processi di pensiero.

Teha'amana

Il Cristo giallo

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