“Ogni mattina, appena prima di alzarmi, provo un sommo piacere: quello di essere Salvador Dalì !”, recita una delle più celebri affermazioni dell’artista spagnolo. Genio dai modi altezzosi a cui il tempo ha perdonato anche le frasi meno riuscite, come parte di un gioco nel quale l’artista si cimenta quotidianamente con la raffigurazione da dare di se stesso. Anni dopo questa sarebbe diventata una regola con risultati non sempre tanto interessanti.
Tuttavia non sono le bizzarrie dell’artista coi baffi all’insù al centro del viaggio proposto dalla mostra “Salvador Dalì. Il sogno si avvicina”. Inaugurata ieri al Palazzo Reale di Milano e da oggi aperta al pubblico, l’esposizone curata da Vincenzo Trione e che sarà visitabile fino al 30 gennaio, indaga sul rapporto del grande artista spagnolo con il paesaggio, il sogno, il desiderio. Tre momenti campali della sua lunga produzione. 
Ed anche Milano, in qualche modo, è stata importante nella vita dello spagnolo: dopo la personale che nel 1954 gli fu dedicata ancora una volta a Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi, una volta rietrato a Figueras, in Catalogna, Dalì s’ispirò a quella stessa sala per costruire la sua casa, oggi sede della Fondazione Gala-Salvador Dalí. Fondazione che peraltro è tra i musei prestatori delle opere in mostra, assieme ad altre importanti istituzioni nazionali e internazionali. Tra queste l’Animation Research Library dei Walt Disney Animation Studios di Burbank in California, che per l’occasione hanno concesso alcuni disegni originali realizzati da Dalì per il cortometraggio Destino di Salvador Dalì e Walt Disney, mai proiettato prima in Italia e proposto in mostra. Dalí lavorò al fianco di Disney tra il 1945 e il 1946 ma il film fu completato solo nel 2003 grazie ai disegni originali conservati nel fondo californiano. Nota al margine, per celbrare l’evento, oggi il settimanale Topolino sarà in edicola con un vero e proprio tributo a Salvador Dalì. La storia a fumetti, intitolata “Topolino e il surreale viaggio nel Destino”, narra come Topolino, Pippo e Paperino – rigorosamente disegnati con lo stile delle origini, negli ’40 – “aiutarono inconsapevolmente” Dalì e Walt Disney a realizzare lo story-board di quello che poi sarebbe diventato, quasi 60 anni dopo, il cortometraggio Destino.
La mostra dunque si presenta come occasione per avvicinarsi anche ad un Dalì meno conosciuto, come il cretore di storie animate, ed anche il paesaggista, come se a 21 anni dalla scomparsa del loro autore, fossero le sue opere, oggi, a svelare margini d’inatteso.
“Abbiamo di nuovo bisogno di Dalí per evadere da una condizione spesso noiosa, prevedibile. E questa esposizione ci serve proprio per fare una breccia nel conformismo culturale e trasmettere così tutto il potere della creatività. – ha commentato l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory. – Perché il sogno è dentro di noi ed è una delle forme della realtà e del desiderio che l’arte racconta e attraverso le quali l’arte si racconta. Dalí a Milano è la cifra della creatività al potere o meglio del potere della creatività. Una relazione imperdibile”.
E come un’opera a se stante va considerato l’allestimento, curato dell’architetto Oscar Tusquets Blanca, amico e collaboratore di Salvador Dalí, nonché autore, insieme con il Maestro surrealista, della sala Mae West nel museo di Figueras e del famoso sofà Dalilips. Per la prima volta la sala di Mae West verrà realizzata all’interno del percorso espositivo così come fu ideata dallo stesso Dalí, svelandosi come una sorprendente installazione contemporanea. Nella mostra diventa gli specchi utilizzati a Figueras sono sosituiti da schermi televisivi, una vera e propria di video-installazione come quelle che oggi fanno tanto tendenza nel mondo dell’arte. Lo prevedeva il progetto originario e la conferma è in un’intervista proiettata in mostra, a dimostrazione di quanto Dalì abbia saputo immaginare espressioni artistiche giunte solo molti decenni dopo. 
Approfondendo il rapporto tra l’artista e il tema del paesaggio, punto focale dell’esposizone, allo spettatore giungono inattesi spunti di riflessione in merito al legame di Dalí con la pittura rinascimentale italiana, il surrealismo e la metafisica, in un processo che, secondo Vincenzo Trione, “porta il pittore dal caos dell’inconscio al silenzio” e che documenta un “altro” Dalì, quello “mistico, religioso, spirituale”.
Allora si comincia coi Paesaggi storici, dove la memoria del passato rivive in opere come la celebre Venere di Milo con tiretti, proveniente dal museo Boymansvan Beuningen di Rotterdam, o le tele dedicate a Velaquez. La contemporaneità, viene invece illustrata con il tema della guerra, come nella Melanconia Atomica del Reina Sofia di Madrid e nel Visage de la guerre del Boijmans Museum di Rotterdam. Per i paesaggi interiori, invece, nulla come il periodo surrealista riesce a raccontare
l’inconscio, l’introspezione, la ricerca di sé. Ecco allora la sfilata delle Tre età dal Museo di St. Petersburg (Florida) o della Ricerca della quarta dimensione, in arrivo dalla Fondazione di Figueras.
Infine, Dalì abbandona la rappresentazione della persona umana l’assenza della figura conduce sino al trionfo del paesaggio, in un rimando metafisico che ha il suo culmine nel Cammino dell’enigma (Fondazione Gala- Salvador Dalí Reina Sofia). E la pittura del caos diventa allora pittura del silenzio nel punto di arrivo della mostra che culmina addirittura nell’astrazione, come testimonia l’ultimo olio dipinto dall’artista prima della morte, nel 1983, Il rapimento di Europa (conservato a Figueras): un monocromo azzurro, spaccato da ferite.
La sezione conclusiva del percorso espositivo è una sintesi. Vi si documentano il rapporto tra Dalí e Walt Disney e le ispirazioni più diverse attraverso opere che rivelano richiami classici, memorie rinascimentali, atmosfere metafisiche e icone pop.
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